In un post pubblicato ieri, Felice Belisario ricorda l'intervista al Corriere della Sera del ministro Barca, in cui ammetteva che la stragrande maggioranza dei provvedimenti presi dal governo Monti "ormai è in fase discendente", un eufemismo per dire che le tanto esaltate riforme dei tecnici finiranno nel nulla, ingoiate dall'abisso parlamentare della settimana corta. Per dire che tra questi campeggia il decreto di riordino delle Province, che salterà se non approvato in entrambi i rami del parlamento entro Natale.
"Sotto l’albero, scrive Belisario, gli italiani finiranno per trovare i costi della politica belli intatti e infiocchettati, giusto per festeggiare il salasso che arriverà a fine anno: mentre si aumentano le tasse alle fasce sociali più deboli e si tagliano senza remore i fondi per i servizi primari, il rubinetto degli sprechi resta aperto al massimo".
E ancora: "È arrivato il super-commissario Monti e ha presentato [invece di puntare sulla totale abolizione] un decreto di riordino che è un compromesso al ribasso in grado di generare solo confusione, tra accorpamenti e capoluoghi unici, e infiammare ulteriormente il campanilismo. Ciascuno vuole la sua Provincia, il proprio carrozzone pubblico dove sistemare clientele, spartire consulenze e spremere le casse dello Stato. In vista del voto aumenta la necessità di accontentare qualche luogotenete locale e così la forbicetta spuntata del Governo rischia di rimanere nei cassetti della Commissione Affari costituzionali del Senato".
"Le Province sono enti obsoleti, che costano miliardi di euro ogni anno senza fornire un utile servizio ai cittadini", così sempre Belisario, e come dargli torto, anche buttando l'occhio sulla nostra che si autoreclamizza super virtuosa. "Soprattutto di fronte ad una crisi dai risvolti sempre più drammatici e all’aumento della distanza tra le istituzioni e la società civile, la prima cosa da fare è dare il buon esempio tagliando la spesa pubblica improduttiva", afferma l'esponente dell'Italia dei Valori, aggiungendo la ricetta, cioè, "eliminando le migliaia di inutili consigli di amministrazione, intervenendo sulle inefficienze della Pa, avviando un serio piano di dismissione degli immobili pubblici". "Monti non è stato nominato per questo, ricorda Belisario, al contrario ha assecondato le politiche lobbiste e conservatrici dei partiti di maggioranza, difendendo le prebende della casta e i poteri forti".
Da qui, sottolinea l'esponente IdV, la decisione di restare fino all'ultimo all'opposizione e di lavorare "ad un governo di centrosinistra forte, basato su un programma politico alternativo e su un'alleanza chiara, che possa cambiare finalmente il Paese, a cominciare dal vero e insopportabile spread tra i privilegi della casta e i sacrifici dei cittadini".
martedì 27 novembre 2012
lunedì 26 novembre 2012
Usato sicuro e auto aziendale
Renzi definisce il ballottaggio di domenica un "derby tra usato sicuro e innovazione". Il format mediatico tagliato per lui lo pone, con il suo giovanilismo ben accentuato, come un possibile "uomo nuovo" della politica che dovrebbe rivoluzionare questo paese di nani, comici e ballerine. Che Renzi lo viva come un derby, un Fiorentina-Juventus per dire, è evidente da molte sue dichiarazioni, prima quella, relativa al "noi e loro", che dice: "È naturale che se vince Bersani, e io sarò il primo ad andare a votare per lui, non è la stessa cosa che se vinciamo noi". Che poi spiega con la metafora dei due allenatori che trasuda personalismo e reputa il partito nient'altro che una squadra da guidare nel campionato elettorale. O l'altra, quella della caccia ai voti, meramente caccia: "Puntiamo a spostare parte dei voti di Bersani. C'è gente che ha votato Bersani pensando che fosse una formalità. Vogliamo andare a prendere i voti di Puppato, Tabacci e Vendola. Con questi dati il margine è assolutamente colmabile". A caccia, chissà con quali sparate.
La sua abilità nel reggere le telecamere stupisce, ma ha una spiegazione: diciannovenne - adesso ne ha trentasette - partecipò come concorrente a La ruota della fortuna, per cinque puntate, portando a casa 48 milioni di lire. Insomma, come andare in bicicletta, una volta che si è imparato, non lo si scorda più. Già segretario provinciale del Partito popolare italiano, coordinatore poi de La Margherita fiorentina e segretario provinciale, presidente della Provincia di Firenze e successivamente sindaco di quella città, che non è certo Brembio, membro della Direzione nazionale del Pd. Un vincente e per nulla inesperto di quella "politica" che dice di combattere. Forse, se il ballottaggio di domenica va inteso come derby, sarebbe il caso di definirlo tra "usato sicuro" e "auto aziendale".
La sua abilità nel reggere le telecamere stupisce, ma ha una spiegazione: diciannovenne - adesso ne ha trentasette - partecipò come concorrente a La ruota della fortuna, per cinque puntate, portando a casa 48 milioni di lire. Insomma, come andare in bicicletta, una volta che si è imparato, non lo si scorda più. Già segretario provinciale del Partito popolare italiano, coordinatore poi de La Margherita fiorentina e segretario provinciale, presidente della Provincia di Firenze e successivamente sindaco di quella città, che non è certo Brembio, membro della Direzione nazionale del Pd. Un vincente e per nulla inesperto di quella "politica" che dice di combattere. Forse, se il ballottaggio di domenica va inteso come derby, sarebbe il caso di definirlo tra "usato sicuro" e "auto aziendale".
Il sogno infranto di vincere facile
Bersani, nella conferenza stampa, ha rimarcato il difetto di Renzi che avevo annotato nel post precedente: «Lui ha sempre il difettuccio di dire "noi e loro", ma noi siamo noi tutti noi, loro è Berlusconi. Noi siamo una grandissima squadra plurale». Cosa difficile da digerire, certo, per un grimpeur della politica che fa del personalismo la sua carta da giocare mediaticamente. Che si dice il nuovo ma non si schioda dal passato, un passato recentissimo, berlusconiano. Come, pure, rimarca ad un orecchio attento Bersani, dicendo, in linea con i suoi dieci punti, che il futuro «è fatto di partecipazione, il passato da personalismo»; costretto oltretutto dalle circostanze a ricordargli che «non c'è bisogno di fuoco amico, l'avversario è la destra».
E poi la bega sui conteggi, la richiesta renziana di «fare chiarezza sul risultato», che dimostra una sfiducia imbarazzante verso il suo stesso partito. Indipendentemente dal fatto che, come lui stesso dice, domenica prossima si riparte «zero a zero». E tutto perché secondo i calcoli "infallibili" dei suoi sarebbe al 39% e non al 35%. Certo, Renzi ha anche aggiunto che «tre punti in più o in meno non spostano il senso di ciò che é accaduto, ma é giusto - dice - fare chiarezza, ogni voto conta». Già, perché l'effetto televisivo, gli hanno detto, è diverso; così si perde un importante effetto "testa a testa", sui media, dove ciò che conta non è essere ma apparire, anche per quello che non si è.
«Non mettiamo briciole di problemi in questa grande giornata, ci penseranno i garanti», ha detto Bersani, e poi «noi siamo gente per bene». Acqua sul fuoco, certo. Ma Renzi resta il bambino che s'arrabbia se perde e porta via il pallone.
E poi la bega sui conteggi, la richiesta renziana di «fare chiarezza sul risultato», che dimostra una sfiducia imbarazzante verso il suo stesso partito. Indipendentemente dal fatto che, come lui stesso dice, domenica prossima si riparte «zero a zero». E tutto perché secondo i calcoli "infallibili" dei suoi sarebbe al 39% e non al 35%. Certo, Renzi ha anche aggiunto che «tre punti in più o in meno non spostano il senso di ciò che é accaduto, ma é giusto - dice - fare chiarezza, ogni voto conta». Già, perché l'effetto televisivo, gli hanno detto, è diverso; così si perde un importante effetto "testa a testa", sui media, dove ciò che conta non è essere ma apparire, anche per quello che non si è.
«Non mettiamo briciole di problemi in questa grande giornata, ci penseranno i garanti», ha detto Bersani, e poi «noi siamo gente per bene». Acqua sul fuoco, certo. Ma Renzi resta il bambino che s'arrabbia se perde e porta via il pallone.
The day after
Il titolo, per così dire, più divertente che ho letto questa mattina sui giornali, è quello d'apertura in prima pagina sul quotidiano lodigiano Il Cittadino: "Renzi battutto anche nel Lodigiano". Caduto, insomma, l'assioma del Lodigiano "renziano". Ma s'intuisce la glossa mancante "nonostante gli sforzi fatti per promuoverne localmente l'immagine", da filo-Guerini ovviamente.
Ieri sera ho ascoltato le dichiarazioni post voto dei candidati e la Rosy Bindi. Non mi è piaciuto quel "noi" e "loro" di Renzi del suo format televisivo. "Abbiamo vinto in tutti i comuni in cui pensavano di vincere loro". Loro chi? Dimostrando così di dare ogni ragione alla presidente democrat che quasi lo ha qualificato un ospite del Pd, per non dire un corpo estraneo. Non a caso Berlusconi oggi si sbilancia spiegando a La Telefonata di Maurizio Belpietro che "col sindaco di Firenze potrebbe sorgere una forza politica con una cultura diversa da quella legata a Pci e Pds". Cioè qualcosa altro. Più che un "rottamatore", parola già di per sé sgradevole e, si accetti la critica, violenta, un "dirottatore", salito sull'autobus del partito. Contando anche, perché no? e Tennessee Williams mi perdoni, sul farsi quel tram chiamato desiderio atteso da più d'un rampante frustrato, "rottamatore" in nuce, che si sente vittima di giochi politici interni della compagine.
L'uscita di ieri di Grillo, stizzita a fronte della larga partecipazione popolare alle primarie del Pd, "una nave di folli", "solo bromuro sociale", ha una interpretazione evidente. La capacità, dimostrata ancora una volta, che la sinistra del Pd ha, di mobilitare la gente, dà fastidio al Kaiser della cosiddetta "antipolitica". Soprattutto interpretando correttamente la notevole mobilitazione, come un sostegno dato a Bersani, sostegno che rappresenta una chiara indicazione che il Pd deve continuare a mantenere la sua vocazione tradizionale di partito dei lavoratori e riferimento dei ceti più deboli, di quanti, ben sottolineato, si riconoscano "in un progetto di società di pace, di libertà, di eguaglianza, di laicità, di giustizia, di progresso e di solidarietà". Al di là dell'effetto reale che le primarie del Pd potranno avere, Grillo si è trovato di fronte ad una verità vera, che la gente sa distinguere tra cabaret e speranza. E alla fine sceglie sempre la speranza. Spiace, ma Grillo, dietro gli slogan ad effetto, un altro che ha un suo format ben costruito, è null'altro che un nichilista. Usa un bisogno reale ed il desiderio della sua soddisfazione non per riportare la politica a servizio, ma per distruggere. Distruggere i partiti. Chissà, alla fine distruggere la democrazia?
Ieri sera ho ascoltato le dichiarazioni post voto dei candidati e la Rosy Bindi. Non mi è piaciuto quel "noi" e "loro" di Renzi del suo format televisivo. "Abbiamo vinto in tutti i comuni in cui pensavano di vincere loro". Loro chi? Dimostrando così di dare ogni ragione alla presidente democrat che quasi lo ha qualificato un ospite del Pd, per non dire un corpo estraneo. Non a caso Berlusconi oggi si sbilancia spiegando a La Telefonata di Maurizio Belpietro che "col sindaco di Firenze potrebbe sorgere una forza politica con una cultura diversa da quella legata a Pci e Pds". Cioè qualcosa altro. Più che un "rottamatore", parola già di per sé sgradevole e, si accetti la critica, violenta, un "dirottatore", salito sull'autobus del partito. Contando anche, perché no? e Tennessee Williams mi perdoni, sul farsi quel tram chiamato desiderio atteso da più d'un rampante frustrato, "rottamatore" in nuce, che si sente vittima di giochi politici interni della compagine.
L'uscita di ieri di Grillo, stizzita a fronte della larga partecipazione popolare alle primarie del Pd, "una nave di folli", "solo bromuro sociale", ha una interpretazione evidente. La capacità, dimostrata ancora una volta, che la sinistra del Pd ha, di mobilitare la gente, dà fastidio al Kaiser della cosiddetta "antipolitica". Soprattutto interpretando correttamente la notevole mobilitazione, come un sostegno dato a Bersani, sostegno che rappresenta una chiara indicazione che il Pd deve continuare a mantenere la sua vocazione tradizionale di partito dei lavoratori e riferimento dei ceti più deboli, di quanti, ben sottolineato, si riconoscano "in un progetto di società di pace, di libertà, di eguaglianza, di laicità, di giustizia, di progresso e di solidarietà". Al di là dell'effetto reale che le primarie del Pd potranno avere, Grillo si è trovato di fronte ad una verità vera, che la gente sa distinguere tra cabaret e speranza. E alla fine sceglie sempre la speranza. Spiace, ma Grillo, dietro gli slogan ad effetto, un altro che ha un suo format ben costruito, è null'altro che un nichilista. Usa un bisogno reale ed il desiderio della sua soddisfazione non per riportare la politica a servizio, ma per distruggere. Distruggere i partiti. Chissà, alla fine distruggere la democrazia?
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