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giovedì 31 gennaio 2013
Gli USA indagano sul lancio iraniano nello spazio
Ricordate il riuscito lancio nello spazio di una capsula iraniana con una scimmietta viva a bordo? Gli americani stanno indagando se il lancio nello spazio del razzo possa aver violato una risoluzione delle Nazioni Unite.
mercoledì 30 gennaio 2013
Nessuna esplosione nell'impianto nucleare iraniano
L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica ha smentito gli articoli del quotidiano londinese Times di una importante esplosione che sarebbe avvenuta la scorsa settimana nel controverso impianto nucleare iraniano di Fordo. Il supporto alle smentite iraniane del comitato di controllo nucleare arriva dopo che ispettori internazionali hanno visitato l'impianto e non hanno rilevato alcuna prova del'esplosione.
sabato 26 gennaio 2013
Colpo su colpo, F-35 e Ingroia in Guatemala
La rubrica Colpo su colpo rappresenta una serie di spot realizzati dallo staff di Rivoluzione Civile per la campagna elettorale, che si trovano sul canale YouTube Iostoconingroia. Ne riporto due. La prima sulla questione degli F-35, ovvero tutta la verità sulle giravolte del Partito democratico.
La seconda clip invece, affronta la questione delle dicerie sull'incarico Onu di Antonio Ingroia in Guatemala.
La seconda clip invece, affronta la questione delle dicerie sull'incarico Onu di Antonio Ingroia in Guatemala.
domenica 20 gennaio 2013
Mali, la popolazione in fuga dai combattimenti
L'intervento francese in Mali accentua la fuga dei civili dalle zone di guerra, nel centro-nord, dice Euronews. Decine di migliaia gli sfollati degli ultimi giorni, quasi tre mila fuggiti all'estero. Dall'inizio della crisi nel paese, un anno fa, i profughi sarebbero 400 mila. A breve saranno 700 mila, avverte l'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite.
martedì 15 gennaio 2013
Il pericolo di una crisi umanitaria nel Mali
Con i soldati francesi ora sul terreno nel Mali, il conflitto militare con i militanti islamisti seguaci di al-Qaeda sembra intensificarsi. E sebbene il supporto francese possa rappresentare una buona notizia per la nazione africana, almeno a breve termine potrebbe avere serie conseguenze per la situazione umanitaria. La Croce Rossa Internazionale sta monitorando gli eventi e afferma che potrebbero esserci in vista possibili significative minacce.
I numero di soldati francesi continua ad aumentare nella capitale del Mali Barnako, con 800 effettivi ora dislocati all'aeroporto della città. Poiché mezzi e munizioni sono in continuo arrivo, si pensa che il numero dei soldati debba raddoppiare nel giro di pochi giorni. Si stanno rendendo operativi anche veicoli blindati pe combattere contro i militanti islamisti legati ad al-Quaeda.
Mentre proseguono gli attacchi militari delle forze francesi, Amnesty International ha chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto armato del Mali di garantire che i civili siano protetti. Col sostegno francese, l’11 gennaio l’esercito del Mali ha lanciato una controffensiva nei confronti dei gruppi armati islamisti, per impedire la conquista delle città meridionali. "Vi è il concreto timore che gli scontri possano dar luogo ad attacchi indiscriminati o altri attacchi illegali in zone in cui i membri dei gruppi armati islamisti sono mescolati alla popolazione civile", ha dichiarato Paule Rigaud, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa. "Le forze che prendono parte agli attacchi armati devono a ogni costo evitare bombardamenti indiscriminati e fare il massimo per evitare vittime civili".
Negli ultimi giorni, il conflitto del Mali ha conosciuto una significativa intensificazione, ricorda Amnesty. L'11 e il 12 gennaio almeno sei civili sono morti nei combattimenti per controllare la città di Konna. Il 12 e 13 gennaio gli aerei francesi hanno bombardato le zone di Gao e Kidal. Gruppi armati islamisti hanno conquistato la città di Diabaly, 400 chilometri a nord della capitale Bamako. "La comunità internazionale ha la responsabilità d’impedire un ulteriore ciclo di abusi durante questa nuova fase del conflitto", ha dichiarato
Rigaud. Amnesty International ha chiesto alla comunità internazionale di favorire l'immediato dispiegamento di osservatori sui diritti umani, che monitorino con particolare attenzione l’uso dei bambini soldato, i diritti dei bambini e delle donne e la protezione della popolazione civili.
Secondo resoconti ricevuti da Amnesty International, i gruppi armati islamisti stanno impiegando bambini soldato e alcuni di essi sono stati feriti e forse uccisi nel conflitto. Amnesty International ha sollecitato le forze francesi in Mali a dare il maggiore preavviso possibile alla popolazione civile in vista degli attacchi e ha chiesto ai gruppi armati di non piazzare obiettivi militari nei pressi di quelli civili, nonché di garantire l’incolumità dei 13 ostaggi nelle loro mani, tra cui sei francesi e quattro algerini. Da quando, nell’aprile 2012, hanno assunto il controllo del nord del Mali, i gruppi armati islamisti hanno commesso gravi e massicci abusi dei diritti umani, introducendo amputazioni, frustate e lapidazioni come sanzioni nei confronti di chi si oppone alla loro interpretazione dell’Islam.
Su richiesta del governo del Mali, a partire dall’11 gennaio la Francia ha inviato soldati nell’ambito della cosiddetta "Operazione Serval". Il 20 dicembre 2012 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva autorizzato una forza a guida africana a "usare tutte le misure necessarie" per riconquistare il nord del Mali dalle mani "dei terroristi, degli estremisti e dei gruppi armati". Truppe da alcuni paesi dell’Africa occidentale, tra cui Niger e Nigeria, stanno per essere inviate nel paese.
I numero di soldati francesi continua ad aumentare nella capitale del Mali Barnako, con 800 effettivi ora dislocati all'aeroporto della città. Poiché mezzi e munizioni sono in continuo arrivo, si pensa che il numero dei soldati debba raddoppiare nel giro di pochi giorni. Si stanno rendendo operativi anche veicoli blindati pe combattere contro i militanti islamisti legati ad al-Quaeda.
Mentre proseguono gli attacchi militari delle forze francesi, Amnesty International ha chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto armato del Mali di garantire che i civili siano protetti. Col sostegno francese, l’11 gennaio l’esercito del Mali ha lanciato una controffensiva nei confronti dei gruppi armati islamisti, per impedire la conquista delle città meridionali. "Vi è il concreto timore che gli scontri possano dar luogo ad attacchi indiscriminati o altri attacchi illegali in zone in cui i membri dei gruppi armati islamisti sono mescolati alla popolazione civile", ha dichiarato Paule Rigaud, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa. "Le forze che prendono parte agli attacchi armati devono a ogni costo evitare bombardamenti indiscriminati e fare il massimo per evitare vittime civili".
Negli ultimi giorni, il conflitto del Mali ha conosciuto una significativa intensificazione, ricorda Amnesty. L'11 e il 12 gennaio almeno sei civili sono morti nei combattimenti per controllare la città di Konna. Il 12 e 13 gennaio gli aerei francesi hanno bombardato le zone di Gao e Kidal. Gruppi armati islamisti hanno conquistato la città di Diabaly, 400 chilometri a nord della capitale Bamako. "La comunità internazionale ha la responsabilità d’impedire un ulteriore ciclo di abusi durante questa nuova fase del conflitto", ha dichiarato
Rigaud. Amnesty International ha chiesto alla comunità internazionale di favorire l'immediato dispiegamento di osservatori sui diritti umani, che monitorino con particolare attenzione l’uso dei bambini soldato, i diritti dei bambini e delle donne e la protezione della popolazione civili.
Secondo resoconti ricevuti da Amnesty International, i gruppi armati islamisti stanno impiegando bambini soldato e alcuni di essi sono stati feriti e forse uccisi nel conflitto. Amnesty International ha sollecitato le forze francesi in Mali a dare il maggiore preavviso possibile alla popolazione civile in vista degli attacchi e ha chiesto ai gruppi armati di non piazzare obiettivi militari nei pressi di quelli civili, nonché di garantire l’incolumità dei 13 ostaggi nelle loro mani, tra cui sei francesi e quattro algerini. Da quando, nell’aprile 2012, hanno assunto il controllo del nord del Mali, i gruppi armati islamisti hanno commesso gravi e massicci abusi dei diritti umani, introducendo amputazioni, frustate e lapidazioni come sanzioni nei confronti di chi si oppone alla loro interpretazione dell’Islam.
Su richiesta del governo del Mali, a partire dall’11 gennaio la Francia ha inviato soldati nell’ambito della cosiddetta "Operazione Serval". Il 20 dicembre 2012 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva autorizzato una forza a guida africana a "usare tutte le misure necessarie" per riconquistare il nord del Mali dalle mani "dei terroristi, degli estremisti e dei gruppi armati". Truppe da alcuni paesi dell’Africa occidentale, tra cui Niger e Nigeria, stanno per essere inviate nel paese.
domenica 13 gennaio 2013
Ban Ki-moon sollecita l'intervento in Siria
Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ieri ha sollecitato un intervento internazionale in Siria, paragonando l'attuale guerra civile all'Olocausto. Lo riferisce il Centro stampa delle Nazioni Unite. Parlando alla commemorazione dell'Olocausto nella sinagoga di Park East a New York, il segretario delle Nazioni Unite ha fatto riferimento al principio della responsabilità di protezione, che obbliga ogni stato a proteggere la popolazione dal genocidio, da crimini contro l'umanità, crimini di guerra o da pulizie etniche. Il principio è stato adottato dall'Assemblea delle Nazioni Unite nel 2005.
"Né l'antisemitismo né l'islamofobia o altre forme di pregiudizio hanno posto nel mondo del 21° secolo che stiamo cercando di costruire. Di fronte a questi crimini e violazioni c'è un corrispondente dovere della comunità internazionale di agire", ha detto Ban Ki-moon. "La responsabilità di protezione si applica dovunque ed in ogni tempo. È stata messa in atto con successo in molti luoghi, Libia e Costa d'Avorio incluse. Ma oggi siamo di fronte a una grande prova in Siria. Non ci sarà alcuna amnistia per i maggiori responsabili. La vecchia epoca dell'impunità è finita, Al suo posto, lentamente ma sicuramente, stiamo costruendo una nuova era di responsabilità".
"Né l'antisemitismo né l'islamofobia o altre forme di pregiudizio hanno posto nel mondo del 21° secolo che stiamo cercando di costruire. Di fronte a questi crimini e violazioni c'è un corrispondente dovere della comunità internazionale di agire", ha detto Ban Ki-moon. "La responsabilità di protezione si applica dovunque ed in ogni tempo. È stata messa in atto con successo in molti luoghi, Libia e Costa d'Avorio incluse. Ma oggi siamo di fronte a una grande prova in Siria. Non ci sarà alcuna amnistia per i maggiori responsabili. La vecchia epoca dell'impunità è finita, Al suo posto, lentamente ma sicuramente, stiamo costruendo una nuova era di responsabilità".
sabato 12 gennaio 2013
L'unica soluzione possibile in Siria è quella politica
L'inviato internazionale in Siria Lakhdar Brahimi ha dichiarato, dopo i colloqui con i diplomatici russi e americani tenutisi ieri, che una soluzione politica al conflitto siriano è improbabile che emerga nell'immediato futuro. Nessun accordo in pratica è stato annunciato dopo l'incontro di cinque ore dell'inviato delle Nazioni Unite e della Lega araba con il vice ministro russo degli esteri Mikhail Bogdanov e il vice segretario di Stato americano William Burns, al quartier generale europeo delle Nazioni Unite a Ginevra.
In un video distribuito dal Centro stampa delle Nazioni Unite dopo i colloqui, Brahimi dice: "Se mi chiedete se una soluzione è dietro l'angolo, non sono sicuro che questo sia il caso, Ciò di cui sono certo è che c'è un'ampia comunità internazionale, in particolare membri del Consiglio di Sicurezza, che possono realmente creare l'apertura che è necessaria per iniziare a risolvere effettivamente il problema. Dal nostro punto di vista non ci sono soluzioni militari al conflitto".
La guerra civile dura da quasi due anni e recentemente le Nazioni Unite hanno affermato che il totale delle vittime supera le 60.000. Tutti gli sforzi internazionali per porre fine al conflitto sono falliti finora per il veto della Russia e della Cina posto a molte risoluzioni proposte dall'Occidente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. "Io sono assolutamente sicuro che i russi sono preoccupati come lo sono io, tanto preoccupati quanto lo sono gli americani, per la brutta situazione che esiste in Siria e per il suo continuo deterioramento, e io sono assolutamente certo che vorranno contribuire alla sua soluzione", ha detto ancora Brahimi. E ha aggiunto che Bogdanov e Burns hanno convenuto sulla necessità di raggiungere una soluzione politica basata sulla cosiddetta dichiarazione di Ginevra del 30 giugno 2012 che proponeva, tra le altre cose, un governo siriano di transizione che comprendesse sia le autorità siriane che le forze di opposizione.
Il giorno prima dei colloqui, il governo siriano aveva accusato Brahimi di "oltrepassare" il suo mandato e di avere "una evidente preferenza per quelle parti note per cospirare contro la Siria e il suo popolo", Lo avevano riferito media governativi siriani.
In un video distribuito dal Centro stampa delle Nazioni Unite dopo i colloqui, Brahimi dice: "Se mi chiedete se una soluzione è dietro l'angolo, non sono sicuro che questo sia il caso, Ciò di cui sono certo è che c'è un'ampia comunità internazionale, in particolare membri del Consiglio di Sicurezza, che possono realmente creare l'apertura che è necessaria per iniziare a risolvere effettivamente il problema. Dal nostro punto di vista non ci sono soluzioni militari al conflitto".
La guerra civile dura da quasi due anni e recentemente le Nazioni Unite hanno affermato che il totale delle vittime supera le 60.000. Tutti gli sforzi internazionali per porre fine al conflitto sono falliti finora per il veto della Russia e della Cina posto a molte risoluzioni proposte dall'Occidente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. "Io sono assolutamente sicuro che i russi sono preoccupati come lo sono io, tanto preoccupati quanto lo sono gli americani, per la brutta situazione che esiste in Siria e per il suo continuo deterioramento, e io sono assolutamente certo che vorranno contribuire alla sua soluzione", ha detto ancora Brahimi. E ha aggiunto che Bogdanov e Burns hanno convenuto sulla necessità di raggiungere una soluzione politica basata sulla cosiddetta dichiarazione di Ginevra del 30 giugno 2012 che proponeva, tra le altre cose, un governo siriano di transizione che comprendesse sia le autorità siriane che le forze di opposizione.
Il giorno prima dei colloqui, il governo siriano aveva accusato Brahimi di "oltrepassare" il suo mandato e di avere "una evidente preferenza per quelle parti note per cospirare contro la Siria e il suo popolo", Lo avevano riferito media governativi siriani.
domenica 6 gennaio 2013
Intervento Onu in Siria?
Il giornale londinese in lingua araba Al-Hayat riferisce che le Nazioni Unite stanno ripensando le opzioni circa l'invio di forze di pace in Siria.
Secondo l'articolo, le Nazioni Unite si appresterebbero ad eseguire qualunque decisione presa dal Consiglio di Sicurezza che Russia e America fossero in grado di formulare come piano.
Secondo l'articolo, le Nazioni Unite si appresterebbero ad eseguire qualunque decisione presa dal Consiglio di Sicurezza che Russia e America fossero in grado di formulare come piano.
Nasce lo Stato della Palestina
Il leader dell'Autorità Nazionale Palestinese (PNA), Mahmoud Abbas, ha firmato un decreto per cambiare il nome PNA in "Stato della Palestina". Lo ha riferito l'agenzia stampa ufficiale WAFA.
È la prima mossa concreta della leadership palestinese dopo che l'assemblea delle Nazioni Unite ha votato nel novembre scorso il riconoscimento dell'Autorità Palestinese come stato osservatore non membro. Il voto equivale ad un implicito riconoscimento dello stato palestinese. Il decreto prevede il cambiamento del nome in tutti i documenti ufficiali, sui timbri, sulle targhe delle agenzie governative e sulle divise. Abbas ha anche detto che il decreto cambia il titolo del suo incarico, divenendo così presidente dello stato palestinese.
Anche i francobolli, le medaglie, la carta da lettere saranno cambiate e porteranno il nuovo nome.
È la prima mossa concreta della leadership palestinese dopo che l'assemblea delle Nazioni Unite ha votato nel novembre scorso il riconoscimento dell'Autorità Palestinese come stato osservatore non membro. Il voto equivale ad un implicito riconoscimento dello stato palestinese. Il decreto prevede il cambiamento del nome in tutti i documenti ufficiali, sui timbri, sulle targhe delle agenzie governative e sulle divise. Abbas ha anche detto che il decreto cambia il titolo del suo incarico, divenendo così presidente dello stato palestinese.
Anche i francobolli, le medaglie, la carta da lettere saranno cambiate e porteranno il nuovo nome.
giovedì 3 gennaio 2013
L'Argentina rivuole le Falkland
Il presidente dell'Argentina ha richiesto alla Gran Bretagna di rinunciare al controllo delle isole Falkland, accusando Londra di prendere parte ad un atto di "sfacciato colonialismo" nel reclamare come proprio quell'arcipelago spazzato dal vento.
Cristina Fernandez de Kirchner, la presidentessa argentina, ha pubblicato una lettera aperta sul quotidiano The Guardian facendo pressione al primo ministro britannico David Cameron di onorare le risoluzioni delle Nazioni Unite che, dice, sostengono le sue ragioni per la restituzione delle isole, che l'Argentina chiama Malvinas e "sono situate ad una distanza di 14.000 km da Londra". Non è questa la prima volta che la Fernandez de Kirchner avanza la richiesta.
Cristina Fernandez de Kirchner, la presidentessa argentina, ha pubblicato una lettera aperta sul quotidiano The Guardian facendo pressione al primo ministro britannico David Cameron di onorare le risoluzioni delle Nazioni Unite che, dice, sostengono le sue ragioni per la restituzione delle isole, che l'Argentina chiama Malvinas e "sono situate ad una distanza di 14.000 km da Londra". Non è questa la prima volta che la Fernandez de Kirchner avanza la richiesta.
venerdì 21 dicembre 2012
Business e diritti
Ieri, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha condannato le violazioni dei diritti umani in Siria, Iran e Corea del Nord, chiedendo lo stop immediato di tutta una serie di atti che vanno dagli attacchi contro i civili alla tortura e a restrizioni della libertà di movimento. Ma non tutti i membri dell'Onu hanno mantenuto lo stesso voto nei tre casi, quasi a dimostrare che i diritti umani non sono un concetto assoluto, ma hanno un valore relativo, diverso a seconda del paese che si vuol sanzionare.
Così si è registrata l'unanimità, per la prima volta, su una risoluzione che sanzionava le violazioni dei diritti umani nella Corea del Nord e che esprimeva seria preoccupazione per "le sistematiche, estese e gravi violazioni dei diritti civili, politici, economici, sociale e culturali" in quel paese.
Con 135 voti a favore, 12 contrari e 36 astensioni, è passata una risoluzione che chiedeva la fine immediata delle "estese e sistematiche" grossolane violazioni dei diritti umani da parte delle autorità siriane.
Infine, è stata approvata una risoluzione che richiede all'Iran la fine dell'uso continuato della tortura, l'aboliziione della pena di morte e delle esecuzioni capitali di minori: 86 a favore della risoluzione, 32 contrari, 65 i paesi che si sono astenuti.
Tutto il mondo è paese, come si dice. Si barattano diritti universali irrinunciabili per garantire il proprio business, magari anche inconfessabile. Del resto anche da queste parti, anche se non così drammatiche, si sono viste di recente, seppure giustificate con salti mortali e arrampicature sui vetri da veri funamboli del diritto costituzionale, "cose che noi umani mai avremmo creduto di vedere" e non per la sicurezza o il benessere del paese, di tutti, ma per salvare le banche, il business, appunto, dei "poteri forti".
Così si è registrata l'unanimità, per la prima volta, su una risoluzione che sanzionava le violazioni dei diritti umani nella Corea del Nord e che esprimeva seria preoccupazione per "le sistematiche, estese e gravi violazioni dei diritti civili, politici, economici, sociale e culturali" in quel paese.
Con 135 voti a favore, 12 contrari e 36 astensioni, è passata una risoluzione che chiedeva la fine immediata delle "estese e sistematiche" grossolane violazioni dei diritti umani da parte delle autorità siriane.
Infine, è stata approvata una risoluzione che richiede all'Iran la fine dell'uso continuato della tortura, l'aboliziione della pena di morte e delle esecuzioni capitali di minori: 86 a favore della risoluzione, 32 contrari, 65 i paesi che si sono astenuti.
Tutto il mondo è paese, come si dice. Si barattano diritti universali irrinunciabili per garantire il proprio business, magari anche inconfessabile. Del resto anche da queste parti, anche se non così drammatiche, si sono viste di recente, seppure giustificate con salti mortali e arrampicature sui vetri da veri funamboli del diritto costituzionale, "cose che noi umani mai avremmo creduto di vedere" e non per la sicurezza o il benessere del paese, di tutti, ma per salvare le banche, il business, appunto, dei "poteri forti".
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Ma l'America è pro nazismo?
Lo scorso 7 novembre l'agenzia di stampa russa Novosti ha lanciato sul proprio sito web un sondaggio sul possibile effetto che i risultati delle elezioni americane avrebbero avuto sulle relazioni russo-americane. Il sondaggio è ancora aperto e finora hanno espresso la loro opinione 2.736 lettori. Ottimista ("miglioreranno") solo il 14,7% dei partecipanti, mentre quasi equamente (uno scarto di 72 voti) si dividono la rimanente fetta di voto le altre due risposte previste: "si deterioreranno" con il 41,3%; "rimarranno così come sono" con il 44,0%.
In realtà tutta una serie di segnali indicano che tra Russia e America sia in atto una sorta di ritorno di "guerra fredda". Ne parlerò in un altro post. Qui invece voglio segnalare una notizia di oggi.
Il ministro russo degli Esteri ha criticato la riluttanza americana a sostenere la risoluzione russa proposta all'Onu contro la glorificazione del nazismo, approvata ieri con il voto di 130 paesi, l'astensione di 54 paesi tra cui gli stati baltici, mentre gli Stati Uniti, il Canada, e la Repubblica di Palau hanno votato contro. Quest'ultima, la Repubblica di Palau, è uno Stato insulare nell'Oceano Pacifico, situato a circa 500 km a est delle Filippine, che ha ottenuto l'indipendenza dagli USA nel 1994; è una tra le nazioni più giovani (e meno popolose) del mondo, secondo quanto riporta Wikipedia.
Il ministro russo ha fatto questa dichiarazione: "Siamo estremamente perplessi e ci dispiace che gli Stati Uniti, Canada e Palau abbiano votato contro questo documento, mentre le delegazioni degli stati membri dell'Unione europea si sono astenuti durante la votazione sulla risoluzione, che era sostenuta dalla stragrande maggioranza degli stati membri delle Nazioni Unite. Speriamo che l'adozione della risoluzione mandi un chiaro segnale a quei paesi dove c'è la necessità ritardata a lungo di prendere misure fortemente efficaci per contrastare i tentativi in aumento di glorificazione del nazismo, e di quanti prestarono servizio nelle Waffen-SS".
La risoluzione condanna la costruzione di memoriali in onore di ex nazisti e di militi delle Waffen-SS e di tenere dimostrazioni pubbliche in favore del nazismo. La risoluzione inoltre sollecita ad intraprendere azioni per prevenire la circolazione in Internet di idee naziste.
In realtà tutta una serie di segnali indicano che tra Russia e America sia in atto una sorta di ritorno di "guerra fredda". Ne parlerò in un altro post. Qui invece voglio segnalare una notizia di oggi.
Il ministro russo degli Esteri ha criticato la riluttanza americana a sostenere la risoluzione russa proposta all'Onu contro la glorificazione del nazismo, approvata ieri con il voto di 130 paesi, l'astensione di 54 paesi tra cui gli stati baltici, mentre gli Stati Uniti, il Canada, e la Repubblica di Palau hanno votato contro. Quest'ultima, la Repubblica di Palau, è uno Stato insulare nell'Oceano Pacifico, situato a circa 500 km a est delle Filippine, che ha ottenuto l'indipendenza dagli USA nel 1994; è una tra le nazioni più giovani (e meno popolose) del mondo, secondo quanto riporta Wikipedia.
Il ministro russo ha fatto questa dichiarazione: "Siamo estremamente perplessi e ci dispiace che gli Stati Uniti, Canada e Palau abbiano votato contro questo documento, mentre le delegazioni degli stati membri dell'Unione europea si sono astenuti durante la votazione sulla risoluzione, che era sostenuta dalla stragrande maggioranza degli stati membri delle Nazioni Unite. Speriamo che l'adozione della risoluzione mandi un chiaro segnale a quei paesi dove c'è la necessità ritardata a lungo di prendere misure fortemente efficaci per contrastare i tentativi in aumento di glorificazione del nazismo, e di quanti prestarono servizio nelle Waffen-SS".
La risoluzione condanna la costruzione di memoriali in onore di ex nazisti e di militi delle Waffen-SS e di tenere dimostrazioni pubbliche in favore del nazismo. La risoluzione inoltre sollecita ad intraprendere azioni per prevenire la circolazione in Internet di idee naziste.
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