Visualizzazione post con etichetta Libertà di stampa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libertà di stampa. Mostra tutti i post
martedì 21 maggio 2013
L'orrore del fiero moralismo della sinistra italiana
Fulvio Abbate si chiede nel video se non suscita orrore il fiero moralismo della sinistra italiana dichiarando la propria pena provata per il fatto che i militanti di SEL, il partito del retore Nichi Vendola, non si siano dissociati e non si dissocino dalla Boldrini e dalla sua volontà di controllo poliziesco del web.
martedì 12 febbraio 2013
Tecnologia e oscurantismo servile
Ancora una questione e poi chiudo il discorso aperto qualche post fa. Il controllo, già il controllo, chi fa il controllo? Da quanto par di capire c'è del software in Danimarca, parafrasando l'Amleto. Ammesso e concesso; del resto un colosso come Google può permettersi non un server qualunque, ma un super-computer per fare tutti i controlli di questo mondo, non è questo il punto. Il massimo che può fare un computer è fornire molto garbage out e segnalazioni sospette sulla base di sequenze audio o confronti e analisi dei file video. Il software non può comunque decidere se è una segnalazione congrua o è un abbaglio. Quando si dice che Pinco ha fatto una rimostranza, evidentemente c'è stato un giudizio sulla segnalazione del software di rilevamento, che non può che essere umano. Arrivo alla domanda. Se è un'azienda privata solleva il cartellino giallo o rosso, sono affari suoi stipendiare con parte dei profitti un team di persone che facciano i controlli per conto dell'azienda, siano essi dipendenti o esterni. La politica di YouTube è di risarcire con la pubblicità sulla clip l'utilizzo nel video di materiali audio/video di terze parti In fin dei conti la cosa regge e non scandalizza più di tanto. Ma se l'azienda vive del denaro pubblico, la questione assume un altro aspetto. Da qui un paio di domande. Prima domanda: con quali soldi sono pagati i censori? Col canone? Se poi è materiale di servizio pubblico, quello che giustifica il canone, non dovrebbero valere le norme che riguardano tutte le amministrazioni pubbliche circa i materiali da loro prodotti? Quando alcuni di tali video vengono oscurati, cioè viene proibita la loro visione, questo non si configura come abuso d'ufficio? Quale è il motivo che non fa neppure l'introito pubblicitario sufficiente, al contrario di milioni di casi analoghi, per permettere la visione? È forse un motivo politico? Va bene se evidenzia magagne del Berlusconi di turno, guai se evidenzia quelle pesanti del coccolato di turno? Non è anche questo un abuso? La Commissione parlamentare di vigilanza è a conoscenza del problema? Se sì, si è mai pronunciata in merito? Potrei aggiungere cento altre domande, ma mi fermo e dico soltanto che bisogna cominciare ad aprire tutte due gli occhi se vogliamo che i nostri figli abbiano una speranza di vivere in un paese migliore e non in una repubblica delle banane in cui è il più forte a fare le norme, a spendere e spandere quanto più gli aaggrada senza dover mai risponderne a nessuno.Rendiamoci contro che questa attività censoria in qualche modo remunerata va nella quasi totalità dei casi ad impedire la visione di una clip autoprodotta che attira un numero di utenti della rete che va da poche unità, a qualche decina; un centinaio è già un successo, se arriva al migliaio il realizzatore può pensare di fare il clipparolo di professione. Pensiamoci, lo ripeto ancora una volta e visto che l'occasione è a giorni, pensiamoci in cabina elettorale, dove parafrasando un vecchio tormentone, Dio ti vede, ma smacchiatori di giaguari, professori, tirapiedi e portaborse di interessi forti no. Esprimiamo un voto utile per noi e per i nostri bisogni, non per quelli della casta trasversale che ha ridotto l'Italia allo sfascio..
Etichette:
Controinformazione,
Diritti umani,
Elezioni,
Internet,
Libertà di stampa,
Massoneria,
Partiti italiani,
Servizi pubblici,
Software,
Tecnologia,
Top Secret
Ma l'incazzatura chi me la ripaga?
Poiché ho ricevuto risposta alla mia controcontestazione sulla questione riportata nel post precedente: pretesa di copyright da non ben specificate " One or more music publishing rights collecting societies" su l'Internazionale intonata da Marco Ferrando in un comizio a Roma, riporto di seguito sia la mia e-mail che quella di risposta.
Ho scritto:
Comizio del Partito Comunista dei Lavoratori
Motivo della contestazione
Questo video contiene il materiale in questione, ma il materiale è di dominio pubblico o non è idoneo per essere protetto dal copyright.
Spiegazione
La registrazione audio è di un evento pubblico in una piazza di Roma durante un comizio politico. La registrazione dell'audio è distribuita con licenza creative commons da Radio Radicale, dato citato in uno dei frame. Ritengo inoltre che su canti come l'Internazionale che sono di pubblico dominio non ci sia la possibilità di mettere copyright in buona fede da nessuno. Aggiungo anche se questo può comportare la chiusura del mio account Youtube che questa sia una violazione del mio diritto di espressione garantito dalla Costituzione italiana.
Ritengo in buona fede che i reclami di cui sopra siano stati presentati per sbaglio e di disporre dei diritti necessari per utilizzare i contenuti del mio video per i motivi che ho dichiarato. Non ho consapevolmente fatto dichiarazioni false e non sto intenzionalmente facendo un uso improprio della procedura di contestazione al fine di interferire con i diritti altrui. Comprendo che la presentazione di contestazioni fraudolente potrebbe comportare la chiusura del mio account YouTube.
Firma
Sergio Fumich
La risposta:
Gentile Sergio Fumich,
One or more music publishing rights collecting societies ha esaminato la tua contestazione e ha abbandonato il suo reclamo per violazione del copyright sul tuo video "Comizio del Partito Comunista dei Lavoratori". Per ulteriori informazioni, visita la tua pagina Note sul copyright.
Cordiali saluti,
- Il team di YouTube
È incredibile che una situazione così kafkiana si sia soltanto posta in essere. Siamo alle solite, un po' come, in altro ambito per capire, con l'esempio recente del redditometro: siamo noi che dobbiamo dimostrare la nostra possibilità di fare certe spese e non lo stato a dimostrare a noi i motivi delle sue. È tempo di ribaltare questo tipo di situazione. Si può iniziare in due modi: innanzitutto prendendo coscienza che siamo sudditi e non quei cittadini della Repubblica di cui parla la nostra costituzione; secondo, un buon avvio a portata di mano, col nostro voto il 24 e 25 febbraio cominciare a creare le condizioni per una rivoluzione politica che ridia una vera speranza a questo paese.
Ho scritto:
Comizio del Partito Comunista dei Lavoratori
Motivo della contestazione
Questo video contiene il materiale in questione, ma il materiale è di dominio pubblico o non è idoneo per essere protetto dal copyright.
Spiegazione
La registrazione audio è di un evento pubblico in una piazza di Roma durante un comizio politico. La registrazione dell'audio è distribuita con licenza creative commons da Radio Radicale, dato citato in uno dei frame. Ritengo inoltre che su canti come l'Internazionale che sono di pubblico dominio non ci sia la possibilità di mettere copyright in buona fede da nessuno. Aggiungo anche se questo può comportare la chiusura del mio account Youtube che questa sia una violazione del mio diritto di espressione garantito dalla Costituzione italiana.
Ritengo in buona fede che i reclami di cui sopra siano stati presentati per sbaglio e di disporre dei diritti necessari per utilizzare i contenuti del mio video per i motivi che ho dichiarato. Non ho consapevolmente fatto dichiarazioni false e non sto intenzionalmente facendo un uso improprio della procedura di contestazione al fine di interferire con i diritti altrui. Comprendo che la presentazione di contestazioni fraudolente potrebbe comportare la chiusura del mio account YouTube.
Firma
Sergio Fumich
La risposta:
Gentile Sergio Fumich,
One or more music publishing rights collecting societies ha esaminato la tua contestazione e ha abbandonato il suo reclamo per violazione del copyright sul tuo video "Comizio del Partito Comunista dei Lavoratori". Per ulteriori informazioni, visita la tua pagina Note sul copyright.
Cordiali saluti,
- Il team di YouTube
È incredibile che una situazione così kafkiana si sia soltanto posta in essere. Siamo alle solite, un po' come, in altro ambito per capire, con l'esempio recente del redditometro: siamo noi che dobbiamo dimostrare la nostra possibilità di fare certe spese e non lo stato a dimostrare a noi i motivi delle sue. È tempo di ribaltare questo tipo di situazione. Si può iniziare in due modi: innanzitutto prendendo coscienza che siamo sudditi e non quei cittadini della Repubblica di cui parla la nostra costituzione; secondo, un buon avvio a portata di mano, col nostro voto il 24 e 25 febbraio cominciare a creare le condizioni per una rivoluzione politica che ridia una vera speranza a questo paese.
Etichette:
Colonialismo,
Complotti,
Comunicazioni,
Consumi,
Controinformazione,
Diritti umani,
Elezioni,
Internet,
Libertà di stampa,
Massoneria,
Media,
Oppio dei popoli,
Partecipazione,
Partiti italiani,
Politica,
Servizi pubblici,
Top Secret
Addormentarsi italiani e svegliarsi cinesi
Non è paranoia. Ma le policy di alcune major dei social network o presunti tali, operano in generale, ma soprattutto in questo frangente elettorale come un Grande Fratello. Contro la libertà di espressione sancita dalla Costituzione italiana, che forse non hanno mai letto, perché hanno aperto semplicemente una.filiale in un paese coloniale quale lo considerano, il nostro, l'Italia. Vittime di queste policy sono creativi che senza fini di lucro, ma solo per diffondere l'informazione e la consapevolezza dei problemi e delle questioni, per denunciare l'inganno mediatico perpetrato a danno di tutti noi dalla carta stampata e dalle televisioni di regime o asservite agli interessi forti che hanno una volontà di potenza sulle nostre vite per garantire i loro sporchi profitti,
utilizzano
i materiali audio/video che sono a disposizione sulla rete gratuitamente, certamente, per fruizione personale. Ma se io faccio leggere un libro ad un amico, non è che devo pagare il copyright per questo atto. Dunque, ogni vincolo su operazioni simili posto su materiale audio/video, dovrebbe essere considerato analogo. Anche perché un account di social network non è un negozio o una copisteria: è una pgina di diario dove io annoto ciò che voglio e che posso far leggere, o ascoltare, a chiunque senza obblighi di rispetto di fantomatici diritti che qualche major si inventa. Faccio un esempio reale: basta che Marco Ferrando, il candidato premier per il Partito Comunista dei Lavoratori intoni al termine di un suo comizio l'Internazionale, che un video contenente la registrazione di quel comizio, in una pubblica piazza, venga messo all'indice in quanto avrebbe violato fantomatici diritti di "One or more music publishing rights collecting societies", ben sapendo che l'Internazionale fino a prova contraria è canto e musica di pubblico dominio, e che chi la stava cantando per farla cantare a tutti, lo faceva in un luogo pubblico e, ovviamente per propaganda politica, cioè senza nessuna pretesa sulla sua esibizione canora.
Per non dire poi di video scomodi per le due coalizioni sponsorizzate da quello che Gramsci definiva come partito trasversale degli interessi forti, della borghesia, che oggi evidentemente sono il raggruppamento di Monti e il Partito democratico. In tal caso viene addirittura vietata la loro fruizione, usando come pretesto la violazione di diritti dei media che li hanno pur sempre prodotti seppure per motivi di cassetta legati all'audience, mentre nel contempo altri video; questi sì liberamente fruibili, che evidenziano cotraddizioni o spacciano schiocchezze per enormità che non stanno in cielo e in terra, impazzano e si duplicano, triplicano, com'è costume della rete, senza problemi di sorta.
A chi non segue attentamente e criticamente i fenomeni della rete sarà sfuggito un fatto banale. Ci sono state nell'ultimo mese, proprio in vista della campagna elettorale alcune, poche per la verità, trasmissioni e servizi dove, per l'onestà intellettuale dei curatori e conduttori, è stato effettuato un vero e proprio massacro mediatico dei promessi sposi Pd e montiani, e di quest'ultimi in particolar modo del loro totem, il Professore. Di questo massacro mediatico ci sono poche tracce nella rete perché da una parte i media massonici, nel senso gramsciano, non hanno diffuso nei social network tali contenuti, dall'altro tali contenuti, quando inseriti da comuni mortali, sono stati bloccati con il pretesto della violazione di chissà quale diritto, pretesto che mal si concilia col fatto che contenuti analoghi, ma neutri o favorevoli proliferano negli stessi social network.
Insomma, la sensazione evidente è che, dietro pretesti di apparente legalità - apparente perché in fin dei conti vanno a violare diritti sanciti dalla Costituzione - la policy attuata anche qui da noi, paese del civile e democratico Occidente, sia quella cinese, cioè accondiscendenza senza se e senza ma alla lobby dominante lì comunista o presunta tale, qui massonica, sempre in senso gramsciano.
Conclusione, dovremmo deciderci a rispolverare vecchie parole di lotta come il verbo boicottare. Boicottare social network che praticano policy asservite al potere dominante e censorio per far capire che la libertà della rete non si tocca. Boicottare per abbattere una filosofia che ci vede schiavi del consumismo e del profitto degli interessi forti. Ricordiamocelo anche nella cabina elettorale.
Per non dire poi di video scomodi per le due coalizioni sponsorizzate da quello che Gramsci definiva come partito trasversale degli interessi forti, della borghesia, che oggi evidentemente sono il raggruppamento di Monti e il Partito democratico. In tal caso viene addirittura vietata la loro fruizione, usando come pretesto la violazione di diritti dei media che li hanno pur sempre prodotti seppure per motivi di cassetta legati all'audience, mentre nel contempo altri video; questi sì liberamente fruibili, che evidenziano cotraddizioni o spacciano schiocchezze per enormità che non stanno in cielo e in terra, impazzano e si duplicano, triplicano, com'è costume della rete, senza problemi di sorta.
A chi non segue attentamente e criticamente i fenomeni della rete sarà sfuggito un fatto banale. Ci sono state nell'ultimo mese, proprio in vista della campagna elettorale alcune, poche per la verità, trasmissioni e servizi dove, per l'onestà intellettuale dei curatori e conduttori, è stato effettuato un vero e proprio massacro mediatico dei promessi sposi Pd e montiani, e di quest'ultimi in particolar modo del loro totem, il Professore. Di questo massacro mediatico ci sono poche tracce nella rete perché da una parte i media massonici, nel senso gramsciano, non hanno diffuso nei social network tali contenuti, dall'altro tali contenuti, quando inseriti da comuni mortali, sono stati bloccati con il pretesto della violazione di chissà quale diritto, pretesto che mal si concilia col fatto che contenuti analoghi, ma neutri o favorevoli proliferano negli stessi social network.
Insomma, la sensazione evidente è che, dietro pretesti di apparente legalità - apparente perché in fin dei conti vanno a violare diritti sanciti dalla Costituzione - la policy attuata anche qui da noi, paese del civile e democratico Occidente, sia quella cinese, cioè accondiscendenza senza se e senza ma alla lobby dominante lì comunista o presunta tale, qui massonica, sempre in senso gramsciano.
Conclusione, dovremmo deciderci a rispolverare vecchie parole di lotta come il verbo boicottare. Boicottare social network che praticano policy asservite al potere dominante e censorio per far capire che la libertà della rete non si tocca. Boicottare per abbattere una filosofia che ci vede schiavi del consumismo e del profitto degli interessi forti. Ricordiamocelo anche nella cabina elettorale.
Etichette:
Colonialismo,
Complotti,
Comunicazioni,
Consumi,
Controinformazione,
Diritti umani,
Elezioni,
Internet,
Libertà di stampa,
Massoneria,
Media,
Oppio dei popoli,
Partecipazione,
Partiti italiani,
Politica,
Proteste sociali,
Servizi pubblici,
Sociologia,
Tecnologia,
Top Secret
mercoledì 30 gennaio 2013
Un giornalista che si candida non può più fare il giornalista
Un servizio di Francesca Martelli per il Fatto Quotidiano ci mostra la creatrice di Report (Rai3), durante l'intervento ad un convegno a Milano. Prima parla dello scandalo Mps e denuncia: "La Consob ha tutti i poteri per scongiurare questi disastri, perché non li esercita". La Gabanelli, poi, a ilfattoquotidiano.it rivela: "Non mi candiderei, perché poi non puoi tornare indietro e tornare a fare il giornalista. Chi mi ha corteggiata dei partiti? La Lega in primis, poi il Pd e varie liste civiche. Il Pdl? No, mai".
domenica 27 gennaio 2013
Giornalisti in politica: Sandro Ruotolo
Sandro Ruotolo, collaboratore di Michele Santoro è uno dei giornalisti sceso in campo per le prossim elezioni politiche. Nella clip di Rivoluzione Civile, Sandro Ruotolo, candidato alla Camera dei deputati nelle circoscrizioni di Campania 1 e 2, Sicilia 2, Lazio 1, Friuli Venezia Giulia e Toscana, racconta perché ha accettato l'invito di Antonio Ingroia a far parte della squadra di Rivoluzione Civile.
Nella clip di Nello Trocchia per il Fatto Quotidiano, Rivoluzione civile presenta i candidati campani alla presenza del sindaco Luigi de Magistris. Il giornalista Sandro Ruotolo, candidato nella lista Ingroia, spiega la sua scelta: "Meglio un giornalista in Parlamento che un igienista dentale, meglio un magistrato che un condannato come Berlusconi". Al suo fianco un altro candidato, Antonio Di Luca, operaio Fiat della fabbrica di Pomigliano D'Arco: "È il nostro punto di riferimento - continua Ruotolo - perché ripristinare la libertà è la nostra battaglia. La prima legge che presenteremo è per normare il conflitto di interessi. Senza libertà di informazione non c'è democrazia". Il sindaco Luigi de Magistris, intervenuto a margine della presentazione, spiega che non c'è nessuna ipotesi di desistenza o di favori al Pd: "Resistenza, riscossa e rivoluzione sono alternativi alla desistenza, siamo tutti contrari a questa ipotesi".
Nella clip di Nello Trocchia per il Fatto Quotidiano, Rivoluzione civile presenta i candidati campani alla presenza del sindaco Luigi de Magistris. Il giornalista Sandro Ruotolo, candidato nella lista Ingroia, spiega la sua scelta: "Meglio un giornalista in Parlamento che un igienista dentale, meglio un magistrato che un condannato come Berlusconi". Al suo fianco un altro candidato, Antonio Di Luca, operaio Fiat della fabbrica di Pomigliano D'Arco: "È il nostro punto di riferimento - continua Ruotolo - perché ripristinare la libertà è la nostra battaglia. La prima legge che presenteremo è per normare il conflitto di interessi. Senza libertà di informazione non c'è democrazia". Il sindaco Luigi de Magistris, intervenuto a margine della presentazione, spiega che non c'è nessuna ipotesi di desistenza o di favori al Pd: "Resistenza, riscossa e rivoluzione sono alternativi alla desistenza, siamo tutti contrari a questa ipotesi".
giovedì 24 gennaio 2013
Si pensa ad una modifica della par condicio
Da Ansa una clip che fa il punto sulla par condicio. Dal servizio traspare la volontà di modificare l'attuale legge giudicata dall'AgCom alla prova dei fatti farraginosa. Secondo Cardani dell'AgCom sarebbe necessario anche prendere in considerazione i social network. Insomma si finisce sempre là, cioè trovare una scusa per regolamentare anche Internet.
venerdì 21 dicembre 2012
Sallusti di nuovo libero
Giorgio Napolitano alla fine non ha concesso la grazia ma, avvalendosi delle sue prerogative previste dalla Costituzione, ha commutato la pena detentiva comminata al direttore del quotidiano Il Giornale, Alessandro Sallusti, in pena pecuniaria, "quantificata, secondo i parametri normativi indicati dall'art. 135 del Codice penale, in 15.532 euro". Come è scritto nel comunicato del Quirinale, "la decisione, nel rispettare le pronunce dell'autorità giudiziaria in applicazione dell'attuale normativa, tiene conto dell'avviso favorevole formulato dal Ministro della Giustizia a conclusione dell'istruttoria compiuta con l'acquisizione delle osservazioni (contrarie) del Procuratore generale di Milano e del parere (favorevole) espresso dal magistrato di sorveglianza. Sono state anche considerate le dichiarazioni già rese pubbliche dalla vittima della diffamazione. Così come si è preso atto che il giornale sul quale era stato pubblicato l'articolo giudicato diffamatorio dopo la condanna del suo ex direttore ha riconosciuto la falsità della notizia formalizzando con la rettifica anche le scuse".
Il comunicato evidenzia che "la decisione di commutare la pena raccoglie altresì gli orientamenti critici avanzati in sede europea, in particolare dal Consiglio d'Europa, rispetto al ricorso a pene detentive nei confronti di giornalisti. Si è anche valutato che la volontà politica bipartisan espressa in disegni di legge e sostenuta dal governo, non si è ancora tradotta in norme legislative per la difficoltà di individuare, fermo restando l'obbligo di rettifica, un punto di equilibrio tra l'attenuazione del rigore sanzionatorio e l'adozione di efficaci misure risarcitorie".
Sallusti al Tgcom24 ha detto: "Accetto la sanzione poiché deve essere un precedente da applicare a tutti i giornalisti. Deve anche essere un monito alla magistratura e alla politica per riflettere su quanto accaduto. Domani spero di poter tornare al Giornale. È la vittoria per far sì che il Paese si possa dotare di una legge più liberare. Mi auguro che ce la possa fare il prossimo Parlamento". In serata è arrivato a Sallusti l'ordine di scarcerazione ed il direttore si è recato alla sede de Il Giornale, per salutare i colleghi.
Il comunicato evidenzia che "la decisione di commutare la pena raccoglie altresì gli orientamenti critici avanzati in sede europea, in particolare dal Consiglio d'Europa, rispetto al ricorso a pene detentive nei confronti di giornalisti. Si è anche valutato che la volontà politica bipartisan espressa in disegni di legge e sostenuta dal governo, non si è ancora tradotta in norme legislative per la difficoltà di individuare, fermo restando l'obbligo di rettifica, un punto di equilibrio tra l'attenuazione del rigore sanzionatorio e l'adozione di efficaci misure risarcitorie".
Sallusti al Tgcom24 ha detto: "Accetto la sanzione poiché deve essere un precedente da applicare a tutti i giornalisti. Deve anche essere un monito alla magistratura e alla politica per riflettere su quanto accaduto. Domani spero di poter tornare al Giornale. È la vittoria per far sì che il Paese si possa dotare di una legge più liberare. Mi auguro che ce la possa fare il prossimo Parlamento". In serata è arrivato a Sallusti l'ordine di scarcerazione ed il direttore si è recato alla sede de Il Giornale, per salutare i colleghi.
venerdì 14 dicembre 2012
E adesso Napolitano conceda la grazia
Riprendo direttamente da ilGiornale.it la notizia dell'assoluzione di Alessandro Sallusti dalla accusa di evasione che aveva solletticato il tanto zelo della corporazione dei giornalisti nel sospenderlo dall'Ordine. Scrive Luca Fazzo: "Assolto «perché il fatto non sussiste». Alessandro Sallusti è innocente dell'accusa di evasione, per cui era stato arrestato e per cui il pubblico ministero Piero Basilone aveva avanzato questa mattina al termine della sua requisitoria la richiesta di sei mesi e venti giorni di carcere. Sallusti era accusato di avere lasciato sabato scorso la casa della sua compagna Daniela Santanché, dove era stato appena portato dalla polizia per scontare agli arresti domiciliari una condanna per diffamazione". Più avanti nell'articolo, il giornalista racconta dopo la requisitoria del pm è stato il turno dei legali di Sallusti, Valentina Ramella e Ignazio La Russa, "che hanno chiesto l'assoluzione di Sallusti «perché il fatto non sussiste», spiegando che la presunta evasione è stato solo un gesto simbolico di protesta. I legali hanno depositato al giudice la copia di un filmato in cui si vede chiaramente che Sallusti non aveva alcuna intenzione di darsi alla fuga, ma semplicemente di compiere un gesto simbolico di protesta contro gli arresti domiciliari disposti d'autorità e contro la sua volontá su richiesta della Procura di Milano". Come si ricorderà, Sallusti aveva invece manifestato, dopo che la condanna per diffamazione era divenuta definitiva, la determinazione di espiare la pena in carcere come qualunque altro detenuto. Sottolinea Fazzo: "Oggi, evidentemente, il giudice La Rocca ha ritenuto impossibile condannare per evasione un arrestato che voleva a tutti i costi andare in carcere".
Figura di m... a parte dell'Ordine, oggi Sallusti può tornare a firmare il Giornale come direttore responsabile. E inoltre, come conclude Fazzo, "la possibilità di azzerare la sua condanna per diffamazione con una grazia del presidente Napolitano torna all'ordine del giorno".
Figura di m... a parte dell'Ordine, oggi Sallusti può tornare a firmare il Giornale come direttore responsabile. E inoltre, come conclude Fazzo, "la possibilità di azzerare la sua condanna per diffamazione con una grazia del presidente Napolitano torna all'ordine del giorno".
giovedì 13 dicembre 2012
Dirlo è doveroso
Durissima Margherita Boniver sul provvedimento dell'Ordine dei giornalisti nei confronti del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, parole riportate dal Corriere della Sera: "Inaudita e incomprensibile la sentenza dell'Ordine dei giornalisti che ha sospeso Sallusti. Questa presa di didtanza di un collega «reo», in seconda battuta, di omesso controllo di un articolo diffamatorio spiega senza mezze misure il tragico doppiopesismo che da molto tempo vige nell'Ordine. Provo vergogna per quei giornalisti che di fronte alla gravissima detenzione di Sallusti trovano il tempo per prenderne le distanze comportandosi come un tribunale etico".
Anche Daniele Capezzone, temprato dalla militanza radicale, parole anche le sue riportate dal Corriere, è netto: "L'ordine dei giornalisti va semplicemente abolito. Nei Paesi liberali, non esiste nulla di simile. Non esiste alcuna ragione per tenere in piedi questo emblema del più vecchio spirito corporativo, che rappresenta solo una barriera all'accesso alla professione e al libero esercizio dell'attività giornalistica".
Degno di evidenza è anche un passo dell'articolo di Caterina Malavenda in prima pagina, oggi, su Il Sole 24 Ore in cui si evidenzia sia "paradossale" (un eufemismo per non dire a ragione di peggio? un "ad personam", per dirne una, che ci starebbe?) la decisione della dirigenza della corporazione: "L'articolo 39 è una norma la cui opportunità è indiscutibile, avendo la funzione di privare dei suoi effetti l'iscrizione all'albo di tutti i giornalisti sospettati di gravi reati e, perciò, detenuti in attesa di giudizio; ma finisce per assumere profili paradossali, se applicata a chi ha commesso un reato, con l'intenzione di compiere solo un «gesto simbolico», come l'interessato ha subito dichiarato al suo giudice. Un'evasione, dunque, tutt'altro che mirata a sottrarsi alla detenzione che, anzi l'imputato avrebbe voluto ancor più rigida, come dimostra la richiesta, più volte reiterata, di poter scontare la pena in carcere". E con molta onestà intellettuale la giornalista del Sole aggiunge: "Una chiave di lettura non usuale che consente almeno di ipotizzare, fra i vari esiti possibili, anche una sentenza favorevole".
Vittorio Feltri, in prima pagina su Il Giornale, non le manda a dire: "Un accanimento che umilia il diritto", titola il suo pezzo e nell'incipit: "Piove sul bagnato. Quando un uomo cade in disgrazia, c'è sempre qualcuno o qualcosa che gli impedisce di rialzarsi". E venendo subito ai motivi tecnico-giuridici di sospensione dall'Ordine che impediscono a Sallusti da oggi di assumere la responsabilità di una qualsivoglia pubblicazione, non ha peli sulla lingua: "Queste sono le norme, la cui interpretazione è affidata a persone non infallibili e talvolta, forse, in malafede".
Feltri poi, passando alla condanna a 14 mesi di reclusione per un articolo giudicato diffamatorio, scrive: "La diffamazione a mezzo stampa è un reato molto diffuso, commesso spesso da qualunque direttore e da numerosi giornalisti. C'è chi ha una copiosa collezione di condanne. Eppure, nonostante la legge preveda la galera (da uno a sei anni), da quando esiste la Repubblica italiana solo una volta un collega è finito in carcere, nel 1954: Giovannino Guareschi, il creatore di don Camillo che ispirò una serie felice di film. Uno scrittore di destra, guarda caso".
Feltri si chiede il perché Sallusti sì e altri no: "I giudici, riconoscendo l'eccessivo rigore della legge, per oltre mezzo secolo hanno trovato il modo di applicarla dolcemente: una multa e via andare. Se una regola crudele viene aggirata per anni è ovvio che vada cambiata, se non altro per evitare che un magistrato se ne serva per colpire un imputato in particolare, suscitando il sospetto di avercela con lui". Feltri insiste nel chiedere "come mai negli ultimi 58 anni soltanto due giornalisti, entrambi di destra, sono stati privati della libertà per uno straccio di articolo". E alla fin fine una risposta al lettore viene data: "Quando la soluzione [del Parlamento che aveva pensato di mettere una pezza all'enormità] sembrava essere stata trovata, il provvedimento (che avrebbe allineato l'Italia agli altri Paesi europei) invece di essere approvato è stato bocciato per volontà di parecchi senatori ignoranti in materia giornalistica". Col risultato non solo che "Sallusti non è stato salvato" (cosa che forse inconfessabilmente si desiderava), ma anche "tutti i suoi colleghi continuano a essere a rischio: il loro destino dipende dalle toghe chiamate a giudicare le cause di diffamazione in cui sono imputati".
Ma veniamo al fatto di ieri. Scrive Feltri: "Come se non bastasse che Alessandro si trovi da dieci giorni agli arresti domiciliari, i meccanismi della burocrazia corporativa (medievale) si sono avviati e lo hanno stritolato con la tipica indifferenza di ogni organismo avente funzioni disciplinari". E Feltri argomenta il suo disappunto: "Uno ha perso la libertà ingiustamente? Non importa. Occorre anche punirlo con pene «accessorie» (ma gravi). Quali? L'Ordine dei giornalisti, nella sua spietata asetticità, ha osservato alla lettera le proprie pandette, le quali recitano che un iscritto bastonato giudiziariamente debba anche essere disoccupato, quindi senza stipendio. In altre parole: la sospensione dall'albo (per una durata imprecisata) vieta a chi l'ha subita di esercitare la professione in qualsiasi forma. E qui siamo all'assurdità: tutti i cittadini possono scrivere (retribuiti o no) sui giornali, tranne i giornalisti sospesi o radiati dall'Ordine. La Costituzione ridotta a strame".
L'articolo di Feltri non è solo reprimenda, ma contiene proposte precise: "abolizione dell'Ordine professionale, che limita la libertà di manifestare il pensiero e di scrivere a chidesideri farlo senza lacci e lacciuoli; cancellazione immediata dal codice penale della detenzione per i reati di diffamazione e opinione; introduzione dell'obbligo di rettifica secondo un protocollo in cui non si trascurino i tempi e le modalità di pubblicazione; fissazione dei risarcimenti in base a criteri oggettivi". Sono riforme autenticamente liberali necessarie ed urgenti, si può concordare appieno.
Quanto a Sallusti, "la sua vicenda si commenta da sé", Feltri non esprime dubbi: "Siamo di fronte a un accanimento che ripugna la coscienza". E, dunque, l'appello: "Lasciate in pace questo nostro collega, tiratelo fuori dal cul-de-sac in cui l'avete infilato, e fatelo lavorare. Per lui il Giornale è ragione di vita". Vorremmo, vorrei che questo appello fosse accolto nella rete dalle tante organizzazione che della rete fanno uno strumento di pressione, che si schierano per la libertà di espressione del pensiero attraverso qualunque mezzo, le tante a cui non ho mai lesinato una firma; così come è stato fatto per altri casi altrettanto emblematici, senza stare lì a soppesare la propria e altrui appartenenza a questa o quella area politica.
Anche Daniele Capezzone, temprato dalla militanza radicale, parole anche le sue riportate dal Corriere, è netto: "L'ordine dei giornalisti va semplicemente abolito. Nei Paesi liberali, non esiste nulla di simile. Non esiste alcuna ragione per tenere in piedi questo emblema del più vecchio spirito corporativo, che rappresenta solo una barriera all'accesso alla professione e al libero esercizio dell'attività giornalistica".
Degno di evidenza è anche un passo dell'articolo di Caterina Malavenda in prima pagina, oggi, su Il Sole 24 Ore in cui si evidenzia sia "paradossale" (un eufemismo per non dire a ragione di peggio? un "ad personam", per dirne una, che ci starebbe?) la decisione della dirigenza della corporazione: "L'articolo 39 è una norma la cui opportunità è indiscutibile, avendo la funzione di privare dei suoi effetti l'iscrizione all'albo di tutti i giornalisti sospettati di gravi reati e, perciò, detenuti in attesa di giudizio; ma finisce per assumere profili paradossali, se applicata a chi ha commesso un reato, con l'intenzione di compiere solo un «gesto simbolico», come l'interessato ha subito dichiarato al suo giudice. Un'evasione, dunque, tutt'altro che mirata a sottrarsi alla detenzione che, anzi l'imputato avrebbe voluto ancor più rigida, come dimostra la richiesta, più volte reiterata, di poter scontare la pena in carcere". E con molta onestà intellettuale la giornalista del Sole aggiunge: "Una chiave di lettura non usuale che consente almeno di ipotizzare, fra i vari esiti possibili, anche una sentenza favorevole".
Vittorio Feltri, in prima pagina su Il Giornale, non le manda a dire: "Un accanimento che umilia il diritto", titola il suo pezzo e nell'incipit: "Piove sul bagnato. Quando un uomo cade in disgrazia, c'è sempre qualcuno o qualcosa che gli impedisce di rialzarsi". E venendo subito ai motivi tecnico-giuridici di sospensione dall'Ordine che impediscono a Sallusti da oggi di assumere la responsabilità di una qualsivoglia pubblicazione, non ha peli sulla lingua: "Queste sono le norme, la cui interpretazione è affidata a persone non infallibili e talvolta, forse, in malafede".
Feltri poi, passando alla condanna a 14 mesi di reclusione per un articolo giudicato diffamatorio, scrive: "La diffamazione a mezzo stampa è un reato molto diffuso, commesso spesso da qualunque direttore e da numerosi giornalisti. C'è chi ha una copiosa collezione di condanne. Eppure, nonostante la legge preveda la galera (da uno a sei anni), da quando esiste la Repubblica italiana solo una volta un collega è finito in carcere, nel 1954: Giovannino Guareschi, il creatore di don Camillo che ispirò una serie felice di film. Uno scrittore di destra, guarda caso".
Feltri si chiede il perché Sallusti sì e altri no: "I giudici, riconoscendo l'eccessivo rigore della legge, per oltre mezzo secolo hanno trovato il modo di applicarla dolcemente: una multa e via andare. Se una regola crudele viene aggirata per anni è ovvio che vada cambiata, se non altro per evitare che un magistrato se ne serva per colpire un imputato in particolare, suscitando il sospetto di avercela con lui". Feltri insiste nel chiedere "come mai negli ultimi 58 anni soltanto due giornalisti, entrambi di destra, sono stati privati della libertà per uno straccio di articolo". E alla fin fine una risposta al lettore viene data: "Quando la soluzione [del Parlamento che aveva pensato di mettere una pezza all'enormità] sembrava essere stata trovata, il provvedimento (che avrebbe allineato l'Italia agli altri Paesi europei) invece di essere approvato è stato bocciato per volontà di parecchi senatori ignoranti in materia giornalistica". Col risultato non solo che "Sallusti non è stato salvato" (cosa che forse inconfessabilmente si desiderava), ma anche "tutti i suoi colleghi continuano a essere a rischio: il loro destino dipende dalle toghe chiamate a giudicare le cause di diffamazione in cui sono imputati".
Ma veniamo al fatto di ieri. Scrive Feltri: "Come se non bastasse che Alessandro si trovi da dieci giorni agli arresti domiciliari, i meccanismi della burocrazia corporativa (medievale) si sono avviati e lo hanno stritolato con la tipica indifferenza di ogni organismo avente funzioni disciplinari". E Feltri argomenta il suo disappunto: "Uno ha perso la libertà ingiustamente? Non importa. Occorre anche punirlo con pene «accessorie» (ma gravi). Quali? L'Ordine dei giornalisti, nella sua spietata asetticità, ha osservato alla lettera le proprie pandette, le quali recitano che un iscritto bastonato giudiziariamente debba anche essere disoccupato, quindi senza stipendio. In altre parole: la sospensione dall'albo (per una durata imprecisata) vieta a chi l'ha subita di esercitare la professione in qualsiasi forma. E qui siamo all'assurdità: tutti i cittadini possono scrivere (retribuiti o no) sui giornali, tranne i giornalisti sospesi o radiati dall'Ordine. La Costituzione ridotta a strame".
L'articolo di Feltri non è solo reprimenda, ma contiene proposte precise: "abolizione dell'Ordine professionale, che limita la libertà di manifestare il pensiero e di scrivere a chidesideri farlo senza lacci e lacciuoli; cancellazione immediata dal codice penale della detenzione per i reati di diffamazione e opinione; introduzione dell'obbligo di rettifica secondo un protocollo in cui non si trascurino i tempi e le modalità di pubblicazione; fissazione dei risarcimenti in base a criteri oggettivi". Sono riforme autenticamente liberali necessarie ed urgenti, si può concordare appieno.
Quanto a Sallusti, "la sua vicenda si commenta da sé", Feltri non esprime dubbi: "Siamo di fronte a un accanimento che ripugna la coscienza". E, dunque, l'appello: "Lasciate in pace questo nostro collega, tiratelo fuori dal cul-de-sac in cui l'avete infilato, e fatelo lavorare. Per lui il Giornale è ragione di vita". Vorremmo, vorrei che questo appello fosse accolto nella rete dalle tante organizzazione che della rete fanno uno strumento di pressione, che si schierano per la libertà di espressione del pensiero attraverso qualunque mezzo, le tante a cui non ho mai lesinato una firma; così come è stato fatto per altri casi altrettanto emblematici, senza stare lì a soppesare la propria e altrui appartenenza a questa o quella area politica.
Un caso sempre più emblematico
La vicenda Sallusti, con la sospensione dall'ordine, seppure prevista da una legge, quella che istituisce l'Ordine dei giornalisti, discutibile e sempre discussa, presa con particolare zelo in una repubblica delle banane qual è il nostro paese, sta diventando un caso emblematico, un sicuro campanello d'allarme che si unisce ad altri che di questi tempi hanno suonato e suonano, e che segnalano i pericoli per la libera espressione del pensiero nel nostro scalcagnato stivale, quando si esce dagli schemi di quel pensiero unico che ha l'imprimatur politico dei poteri dominanti. Trovo giusto, utile e opportuno riprendere integralmente dal Giornale l'odierno pezzo di Alessandro Sallusti sulla sua sospensione dall'ordine, intitolato "L'ultimo oltraggio. Vogliono impedirmi di fare il giornalista" e contribuire nel piccolo a diffonderlo.
L'Ordine dei giornalisti di Milano mi ha sospeso dalla professione e, non contento, ha aperto pure un procedimento disciplinare con il malcelato intento di radiarmi dalla professione. A memoria, nessun giornalista condannato in via definitiva per diffamazione è mai stato sottoposto a un simile trattamento. L'Ordine, contraddicendo le dichiarazioni pubbliche dei giorni scorsi di totale solidarietà, si trincera dietro la necessità di rispettare atti dovuti, comportandosi così come il peggior burocrate di Stato. La cosa non mi stupisce, conoscendo l'aria politica che tira da quelle parti. Semmai mi domando a che titolo e con che scopo il presidente nazionale Iacopino fosse fisicamente al mio fianco pochi giorni fa al Tribunale di Milano durante la prima udienza del processo per la tentata evasione.
Sta di fatto che colleghi a me sconosciuti sono riusciti a fare ciò che neppure magistrati sciagurati hanno avuto il coraggio di osare: impedirmi di scrivere ed esercitare la professione. Se pensano di spaventarmi o intimorirmi si sbagliano di grosso. Non mi fanno paura. Semmai si coprono di ridicolo loro e trascinano nella vergogna l'intera categoria: giornalista espulso per un articolo mai scritto.
Come diceva Sciascia, al mondo gli uomini si classificano in: uomini, mezzi uomini, ominicchi quaquaraquà. Bene, io provo con forza a rimanere nella prima categoria. I colleghi dell'Ordine dei giornalisti, e non solo loro, si distribuiscano pure dove meglio credono. Affari loro. La mia libertà non è nella loro disponibilità.
L'Ordine dei giornalisti di Milano mi ha sospeso dalla professione e, non contento, ha aperto pure un procedimento disciplinare con il malcelato intento di radiarmi dalla professione. A memoria, nessun giornalista condannato in via definitiva per diffamazione è mai stato sottoposto a un simile trattamento. L'Ordine, contraddicendo le dichiarazioni pubbliche dei giorni scorsi di totale solidarietà, si trincera dietro la necessità di rispettare atti dovuti, comportandosi così come il peggior burocrate di Stato. La cosa non mi stupisce, conoscendo l'aria politica che tira da quelle parti. Semmai mi domando a che titolo e con che scopo il presidente nazionale Iacopino fosse fisicamente al mio fianco pochi giorni fa al Tribunale di Milano durante la prima udienza del processo per la tentata evasione.
Sta di fatto che colleghi a me sconosciuti sono riusciti a fare ciò che neppure magistrati sciagurati hanno avuto il coraggio di osare: impedirmi di scrivere ed esercitare la professione. Se pensano di spaventarmi o intimorirmi si sbagliano di grosso. Non mi fanno paura. Semmai si coprono di ridicolo loro e trascinano nella vergogna l'intera categoria: giornalista espulso per un articolo mai scritto.
Come diceva Sciascia, al mondo gli uomini si classificano in: uomini, mezzi uomini, ominicchi quaquaraquà. Bene, io provo con forza a rimanere nella prima categoria. I colleghi dell'Ordine dei giornalisti, e non solo loro, si distribuiscano pure dove meglio credono. Affari loro. La mia libertà non è nella loro disponibilità.
martedì 11 dicembre 2012
I Sallusti nel mondo
È record per il numero di giornalisti imprigionati in tutto il mondo nel 2012: 232 giornalisti, fotografi e editori imprigionati in 27 paesi all'inizio di questo mese. Lo denuncia un rapporto pubblicato oggi dal Commitee to Protect Journalists (CPJ), che ha sede negli Stati Uniti.
La Turchia, tra i 27 stati, è il peggiore con 49 giornalisti dietro le sbarre. Il Comitato parla di dozzine di editori e giornalisti curdi incarcerati con accuse collegate al terrorismo e altri giornalisti "accusati di coinvolgimento in complotti antigovernativi". Secondo stato in questa classifica è l'Iran con 45 giornalisti incarcerati. Terza è la Cina con 32 giornalisti incarcerati. Riguardo a quest'ultimo paese, il comitato afferma che la Cina usa accuse di attività antistatale per incarcerare scrittori che esprimono le loro opinioni politiche e documentano le tensioni etniche. Il CPJ ha rilevato che l'ampio uso di accuse di attività antistatale come il terrorismo, il tradimento e la sovversione, sono i più comuni strumenti impiegati contro i giornalisti in tutto il mondo.
La maggioranza dei 232 giornalisti imprigionati sono stati perseguiti dai loro governi nazionali e tre sono i giornalisti stranieri imprigionati all'estero. Le altre sette nazioni nella top ten dei paesi nemici della libera informazione sono Eritrea, Siria, Vietnam, Azerbaijan, Etiopia, Uzbekistan e Arabia Saudita. Nessun giornalista è detenuto in Russia o negli Stati Uniti, ma il Comitato riporta che si crede che il giornalista americano Austin Tice sia attualmente tenuto in custodia in Siria.
Lo scorso anno l'attivismo del Comitato ha ottenuto nel mondo, con il suo supporto legale a giornalisti incarcerati, il rilascio di almeno 58 giornalisti.
La Turchia, tra i 27 stati, è il peggiore con 49 giornalisti dietro le sbarre. Il Comitato parla di dozzine di editori e giornalisti curdi incarcerati con accuse collegate al terrorismo e altri giornalisti "accusati di coinvolgimento in complotti antigovernativi". Secondo stato in questa classifica è l'Iran con 45 giornalisti incarcerati. Terza è la Cina con 32 giornalisti incarcerati. Riguardo a quest'ultimo paese, il comitato afferma che la Cina usa accuse di attività antistatale per incarcerare scrittori che esprimono le loro opinioni politiche e documentano le tensioni etniche. Il CPJ ha rilevato che l'ampio uso di accuse di attività antistatale come il terrorismo, il tradimento e la sovversione, sono i più comuni strumenti impiegati contro i giornalisti in tutto il mondo.
La maggioranza dei 232 giornalisti imprigionati sono stati perseguiti dai loro governi nazionali e tre sono i giornalisti stranieri imprigionati all'estero. Le altre sette nazioni nella top ten dei paesi nemici della libera informazione sono Eritrea, Siria, Vietnam, Azerbaijan, Etiopia, Uzbekistan e Arabia Saudita. Nessun giornalista è detenuto in Russia o negli Stati Uniti, ma il Comitato riporta che si crede che il giornalista americano Austin Tice sia attualmente tenuto in custodia in Siria.
Lo scorso anno l'attivismo del Comitato ha ottenuto nel mondo, con il suo supporto legale a giornalisti incarcerati, il rilascio di almeno 58 giornalisti.
sabato 1 dicembre 2012
Ripiombati nell'Ottocento
Non è mai successo, nella storia d'Italia, che il direttore di un giornale venisse arrestato all'interno della sede del proprio giornale, mentre sta lavorando - fianco a fianco di vicedirettori e capiredattori - per decidere quali notizie mettere in pagina, mentre sta lavorando per informare i propri lettori. Ed è così che viene interrotta la riunione di redazione, sotto lo sguardo attonito di tutti i colleghi. Così un brano dell'articolo di Andrea Indini su il Giornale online. E ancora: "È una vergogna che segnerà, per sempre, il nostro Paese". Un tuffo nell'Ottocento con la differenza oggi della spettacolarizzazione della "giustizia": la magistratura varca la soglia della sede del Giornale, gli obiettivi delle telecamere puntati addosso, i flash delle macchine fotografiche che scattano a ripetizione, racconta la cronaca.
Bisogna risalire agli inizi degli anni Cinquanta, ricorda Indini, per assistere a un'altra violenza tale. Nel 1954 Giovannino Guareschi fu condannato per diffamazione su denuncia dell'ex presidente del Consiglio Alcide De Gasperi in seguito alla pubblicazione di due lettere autografe del politico trentino risalenti al 1944. Il 15 aprile Guareschi fu condannato in primo grado a dodici mesi di carcere. Non presentò ricorso in appello poiché ritenne di avere subito un'ingiustizia: "Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente". Subito dopo Guareschi fu recluso nel carcere di San Francesco del Prato a Parma. Vi rimase per 409 giorni. Con la stessa violenza oggi viene arrestato Sallusti. Per un articolo che non ha nemmno scritto lui. Per una rettifica che non è mai stata chiesta. Per una sentenza incredibile che è riuscita a trasformare una multa di 5mila euro a una condanna a 14 mesi di carcere. Succede in Italia. Succede nelle peggiori dittature del mondo.
Al direttore de Il Giornale, la mia personale solidarietà. Sallusti con la sua scelta continua a sottolineare l'esistenza di un problema reale che riguarda migliaia di giornalisti che non hanno la sua notorietà, ha dichiarato Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, per il quale, come ha scritto su Facebook, "la polizia che entra in una redazione per un arresto è un atto di violenza che non ha precedenti".
Molte altre ovviamente le prese di posizione sulla vicenda che accompagnano la manifestazione di solidarietà a Sallusti. Riporto quella di Enrico Mentana: "Arrivare a una misura coercitiva è davvero insensato. Purtroppo questa è la inevitabile conclusione di una vicenda insensata. È insensato che un giornalista venga arrestato per omesso controllo per diffamazione. I reati a mezzo stampa o cagionano gravissime conseguenze alla persona diffamata o non ha senso parlare di misure di questo tipo. Non si è visto il grave effetto della diffamazione. Il magistrato non mi sembra sia stato costretto ad andarsene...". Mentana poi ha aggiunto: "Sono già gravemente colpiti da una forte multa il giornalista, il direttore del giornale e il giornale. Quindi una misura coercitiva così è insensata, ma per tutte le categorie, anche se parliamo di un macellaio. Non vorrei che questa misura sia un ammonimento alla categoria dei giornalisti dai poteri forti. Giornalisti che devono stare buoni".
Nella graduatoria di Reporter sans Frontier pubblicata nel gennaio di quest'anno, riguardante la libertà di stampa, l'Italia è precipitata dal 50° al 61° posto, molto al di sotto di tutti i principali Stati europei, di un pelo sopra la Repubblica Centroafricana. La caduta si giustifica, dice l'associazione, col fatto che il nostro paese che ha ancora circa una dozzina di giornalisti sotto protezione, raggiunti da minacce recapitate dalle organizzazioni mafiose, con le dimissioni di Silvio Berlusconi ha da poco voltato pagina dopo molti anni di conflitto d’interesse, quando ci si serviva spesso della tagliola delle richieste di risarcimento danni usate a scopo intimidatorio. Ciò nonostante, il basso posizionamento in classifica porta ancora i segni del vecchio governo, soprattutto per il nuovo tentativo di introdurre una “legge bavaglio” e per l’intenzione di filtrare arbitrariamente i contenuti della Rete. Entrambe le proposte, in extremis, sono state abbandonate, viene ricordato. E la squallida vicenda della "legge salva Sallusti" non è stata un esempio di eclatante redenzione della classe politica. Una classifica ampiamente meritata, insomma. E dopo gli accadimenti di oggi forse fin troppo generosa.
Bisogna risalire agli inizi degli anni Cinquanta, ricorda Indini, per assistere a un'altra violenza tale. Nel 1954 Giovannino Guareschi fu condannato per diffamazione su denuncia dell'ex presidente del Consiglio Alcide De Gasperi in seguito alla pubblicazione di due lettere autografe del politico trentino risalenti al 1944. Il 15 aprile Guareschi fu condannato in primo grado a dodici mesi di carcere. Non presentò ricorso in appello poiché ritenne di avere subito un'ingiustizia: "Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente". Subito dopo Guareschi fu recluso nel carcere di San Francesco del Prato a Parma. Vi rimase per 409 giorni. Con la stessa violenza oggi viene arrestato Sallusti. Per un articolo che non ha nemmno scritto lui. Per una rettifica che non è mai stata chiesta. Per una sentenza incredibile che è riuscita a trasformare una multa di 5mila euro a una condanna a 14 mesi di carcere. Succede in Italia. Succede nelle peggiori dittature del mondo.
Al direttore de Il Giornale, la mia personale solidarietà. Sallusti con la sua scelta continua a sottolineare l'esistenza di un problema reale che riguarda migliaia di giornalisti che non hanno la sua notorietà, ha dichiarato Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, per il quale, come ha scritto su Facebook, "la polizia che entra in una redazione per un arresto è un atto di violenza che non ha precedenti".
Molte altre ovviamente le prese di posizione sulla vicenda che accompagnano la manifestazione di solidarietà a Sallusti. Riporto quella di Enrico Mentana: "Arrivare a una misura coercitiva è davvero insensato. Purtroppo questa è la inevitabile conclusione di una vicenda insensata. È insensato che un giornalista venga arrestato per omesso controllo per diffamazione. I reati a mezzo stampa o cagionano gravissime conseguenze alla persona diffamata o non ha senso parlare di misure di questo tipo. Non si è visto il grave effetto della diffamazione. Il magistrato non mi sembra sia stato costretto ad andarsene...". Mentana poi ha aggiunto: "Sono già gravemente colpiti da una forte multa il giornalista, il direttore del giornale e il giornale. Quindi una misura coercitiva così è insensata, ma per tutte le categorie, anche se parliamo di un macellaio. Non vorrei che questa misura sia un ammonimento alla categoria dei giornalisti dai poteri forti. Giornalisti che devono stare buoni".
Nella graduatoria di Reporter sans Frontier pubblicata nel gennaio di quest'anno, riguardante la libertà di stampa, l'Italia è precipitata dal 50° al 61° posto, molto al di sotto di tutti i principali Stati europei, di un pelo sopra la Repubblica Centroafricana. La caduta si giustifica, dice l'associazione, col fatto che il nostro paese che ha ancora circa una dozzina di giornalisti sotto protezione, raggiunti da minacce recapitate dalle organizzazioni mafiose, con le dimissioni di Silvio Berlusconi ha da poco voltato pagina dopo molti anni di conflitto d’interesse, quando ci si serviva spesso della tagliola delle richieste di risarcimento danni usate a scopo intimidatorio. Ciò nonostante, il basso posizionamento in classifica porta ancora i segni del vecchio governo, soprattutto per il nuovo tentativo di introdurre una “legge bavaglio” e per l’intenzione di filtrare arbitrariamente i contenuti della Rete. Entrambe le proposte, in extremis, sono state abbandonate, viene ricordato. E la squallida vicenda della "legge salva Sallusti" non è stata un esempio di eclatante redenzione della classe politica. Una classifica ampiamente meritata, insomma. E dopo gli accadimenti di oggi forse fin troppo generosa.
Iscriviti a:
Post (Atom)





