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giovedì 17 gennaio 2013

Quando il bel tempo antico si chiamava Art. 18

Innanzitutto due parole di spiegazione dell'icona scelta per distinguere questo post. Se la questione che verrà riportata per contribuire a darne diffusione non fosse, direi, drammatica, si potrebbe scherzare che il nostro signor K., di cui si racconteranno le vicissitudini, ha ricevuto dalla Giustizia italiana, quella che non ci vede da tutti e due gli occhi, proprio un bel regalo natalizio, un pacco natalizio vero e proprio, da qui l'icona. Purtroppo è una vicenda troppo sconcertante per farla passare sotto silenzio. K. ha pubblicato la sua vicenda giudiziaria, una causa di lavoro, il giorno 15, martedì, con un post sul sito Bella ciao.org, ripreso oggi sul sito Il Pane e le Rose. Vediamo il racconto.
Quando, ad inizio estate, fu approvata dalla "strana maggioranza" la cosiddetta riforma Fornero sul mercato del lavoro, giornali e televisioni ci riempirono di "solenni minchiate". Ci dissero che sì, anche se il giudice dava ragione al lavoratore in una causa di licenziamento, lo stesso giudice poteva optare tra il "reintegro" o una "indennità economica". Ma ci dissero pure che, in cambio, la sveltezza imposta alle cause di licenziamento, sarebbe stata un grosso vantaggio per il lavoratore che prima doveva invece aspettare anni per arrivare ad un dibattimento e vedere quindi riconosciuta l’eventuale infondatezza del licenziamento.
Non voglio annoiare troppo con la mia storia, di cui si è certamente parlato molto nei mesi scorsi. Sono stato licenziato in giugno, dice Bnl, in seguito ad una condanna penale in primo grado, avvenuta nel febbraio 2012, a due mesi e venti giorni. Condanna per aver presentato documentazione falsa nel 2004 onde ottenere un anticipo sul mio "zainetto previdenziale" presso il Fondo Pensioni. Ovviamente si trattava di sentenza di primo grado, quindi provvisoria, rispetto alla quale è stato interposto regolare appello, e che oltretutto cadeva in prescrizione lo scorso settembre 2012. Quindi, volendo, causa penale già morta e sepolta.
Ricorro in tribunale contro il licenziamento. Nel mio caso, essendo stato licenziato circa un mese prima dell’entrata in vigore della riforma Fornero e trattandosi poi di un fatto risalente a ben sette/otto anni prima, si applica inequivocabilmente il vecchio Art. 18, c’è solo la possibilità del "reintegro". Questo però non impedisce che venga applicato anche al mio caso il nuovo "rito Fornero", quello svelto, quello che dovrebbe garantire maggiormente il lavoratore. Ed infatti i tempi sono brevi, il ricorso viene presentato in settembre ed il 20 dicembre, dopo meno di 4 mesi, viene fissata l’udienza. Un udienza di soli venti minuti per una causa affidata da sole 48 ore ad un giovane giudice del lavoro, in sostituzione di una collega postasi in aspettativa/maternità.
Nessun cenno al formale tentativo di "conciliazione tra le parti", che pure solennemente il "rito Fornero" prevede all’inizio del dibattimento. Due chiacchiere dei miei avvocati, qualcuna in più da parte del responsabile legale della Bnl che, bontà sua, alla fine di una arringa distruttrice, dove vengo descritto come un delinquente abituale o poco meno, offre una anno di mensilità come "compenso" di conciliazione, cosa che ovviamente rifiuto (sono un delinquente per aver prelevato 16.000 euro dal mio personale "zainetto", quindi comunque soldi miei, e poi me ne "regali" circa 40.000 per "conciliare"?). Un testimone-chiave a mio favore, credendo anche lui - avendo letto la nuova legge - al fatto che la prima udienza avrebbe dovuto essere destinata ad un serio tentativo di "conciliazione", che non si presenta in aula. Ed il giovane giudice, con l’aria pure tanto "progressista" e "alternativa", che ritiene inutile un rinvio per ascoltarlo, tanto, dice, "è tutto nelle carte".
Tutto questo, come dicevo, in soli venti minuti. lo scorso 20 Dicembre, con tre cause prima della mia ed altre quattro dopo la mia, tenute dallo stesso giovin magistrato, "efficiente", "tecnologico" e "progressista", capelli lunghi e barbetta tardo/contestataria, con tanto di quotidiano "de sinistra" in bella mostra sulla scrivania.
Passa una settimana ed arriviamo al 27 Dicembre. In mezzo c’è un solo giorno lavorativo, venerdì 21, e lo stesso giudice ha in programma per quel giorno altre 6 o 7 cause. Poi il 22 è sabato, il 23 è domenica, il 24 è la vigilia di Natale ed il tribunale è chiuso, il 25 è Natale, il 26 Santo Stefano. Il 27 pomeriggio mi chiama il mio avvocato per comunicarmi che il giudice ha respinto il mio ricorso, confermando il licenziamento. Quando le ha lette il giovin magistrato le famose "carte", un grosso faldone, sotto l’albero di Natale e col panettone in mano? E, ammesso che le abbia lette, ha avuto modo di capire, ad esempio, che tutta l’inchiesta penale nasce da una mia dichiarazione, in un incontro del sindacato Falcri di cui ero all’epoca Segretario di Coordinamento col Fondo Pensioni, dichiarazione di sostanziale ammissione personale di responsabilità fatta, forse troppo generosamente, per difendere una collega? E avrà capito il fatto che, se anche il Fondo Pensioni è un ente "terzo", il personale amministrativo con cui ci si confrontava in quell’occasione era personale dipendente della Bnl, espressione delle Risorse Umane, e che quindi quella mia incauta ammissione era come se l’avevo fatta direttamente alla Banca? La quale quindi non aveva nessuna necessità di aspettare quasi 8 anni, ed una sentenza comunque provvisoria, per prendere una eventuale decisione? Se quel lontano fatto, da me stesso pochi mesi dopo ingenuamente svelato, è tale da "far cadere il rapporto fiduciario", mi tieni quasi altri 8 anni, in gran parte dei quali non ho nemmeno svolto ruoli sindacali, a lavorare con tanto di password ed autorizzazioni di ogni tipo? Ed il giudice avrà capito il fatto che quella sentenza penale c’entra assai relativamente con il mio licenziamento? E questo non fosse altro perché una collega condannata nella stessa causa a pena doppia rispetto alla mia, se l’è cavata con una sospensione di dieci giorni ? E perché un provvedimento di sospensione è stato preso anche nei confronti di un altro collega che in quella medesima causa penale non era stato condannato?
Certo, nelle "carte" tutto questo c’era. Ma, ripeto, quel giovin magistrato le ha lette veramente? E pure attentamente, come meritavano? E quando? Il dubbio appare legittimo. Così come appare legittimo pensare che la "sveltezza" imposta a certe cause dalla riforma Fornero, tutto è meno che a favore del lavoratore. Magari, prima della riforma, anche se si aspettavano anni per una sentenza, si poteva però pure ritenere che il giudice avesse tutto il tempo per studiare attentamente le "carte". Ora, in quella allucinante catena di montaggio di cause e sentenze che si è venuta a creare, questa certezza non c’è proprio più.
Poi è ovvio che la mia vicenda ha ben altre implicazioni, tutte politiche. E che il misfatto vero e proprio, e non parlo solo del provvedimento di licenziamento ma anche di molti comportamenti/banca ad esso successivi, non è certo avvenuto in quella caotica e rumorosa aula di tribunale. E su questo ho intenzione di tornare con ampia citazione di fatti, avvenimenti e persone coinvolte, non solo nell’ambito strettamente Bnl, in un prossimo futuro.
Naturalmente, poi, si sta predisponendo il ricorso in appello contro questa sentenza del Tribunale del Lavoro, sperando in un esame più attento ed accurato della vicenda.
Saluti a tutte e tutti ed a presto.

La lettera, a dire il vero chiude con un Comunque, "no pasaran!". Frase che ha origine da un messaggio di Dolores Ibárruri ai soldati al fronte, durante la guerra civile spagnola in cui riprese la stessa frase attribuita al generale Robert Nivelle durante la battaglia di Verdun della Prima guerra mondiale, per incitarli a combattere contro le truppe del generale Franco, e che da allora, è stata adottata come slogan politico della lotta contro il fascismo. Uso rafforzato, dopo che, caduta Barcellona, Mussolini ebbe a pronunciare in un famoso discorso questa frase: "La parola d'ordine dei rossi era No pasarán!: siamo passati! E vi dico, vi dico che passeremo". E l'augurio a K. è  che così sia nella sua vicenda. Luigi, e=mc2 di nickname, che su Bella ciao commenta il post e cita un altro caso, osserva nel post scriptum: "L’atteggiamento aziendale nei riguardi di K. viene molto da lontano poichè egli era ed è, probabilmente, scomodo per l’attività sindacale che lo stesso ha sempre attivato tra molti silenzi (conniventi?) di altri Sindacati e sindacalisti anche nel e per il Fondo Pensioni BNL (n.d.r.)?  Ecco, forse, la chiave di lettura per il diverso atteggiamento dell’Azienda nei riguardi di altri Lavoratori che si sono ritrovati nelle medesime circostanze del citato; ma perdonati". Probabile, comunque la vicenda disorienta non poco logica, ragione e buonsenso. In un'era dove la "tecnica" è vincente, poi.

lunedì 24 dicembre 2012

Redenzione

L'articolo di Renato Brunetta, di cui ho detto in un post precedente, dà una speranza, gli Italiani: "C'è un'Italia, che voi [il governo dei tecnici] avete ignorato e vessato. È quella di chi cerca di aprire un negozio o fondare un'impresa. Un'Italia che ha bisogno di credito accessibile e di burocrazia seria, ma amica. Un'Italia che ha bisogno di una speranza, non di un richiamo infinito e crudele al rigore". Un'Italia che all'inizio ci ha creduto, affascinata dalla sobrietà dopo tanto scandalo sbandierato ad hoc da televisioni e giornali. Un'Italia che sembra ora aver capito o che sta cominciando a capire da quando si è trovata mani in tasca, oltretutto non elette, non scelte a propria rappresentanza.
A Natale un tempo erano di tendenza i film di animazione in tv. Qualcosa si è visto anche in questi giorni. Così pensando ad un'Italia che si faceva sobria perché uno era sobrio, che vestiva il loden perché uno lo vestiva, che ripeteva sciochezze anglossassoni perché uno le aveva dette, mi è tornato alla mente un bellissimo brano di Allegro non troppo, che allego qui sotto. Con tanto di dedica a chi crede l'Italia un paese di fessi. Buon Natale e buon election day.

domenica 23 dicembre 2012

Tempo di auguri

Il Circolo Culturale Anticonformista "Andreani" augura a tutti gli uomini di buona volontà un Sereno Natale. Attualmente il circolo culturale brembiese sta recuperando quanto resta della biblioteca delle sorelle Zanoni, che nate nell'ultimo terzo dell'Ottocento a Casalpusterlengo, hanno vissuto, a partire dal secondo quarto del Novecento, gli ultimi anni a Brembio. Quest'opera di recupero ha portato finora alla riedizione di tre testi ritrovati tra i loro libri, reperibili nella libreria online Amazon.

Nei prossimi mesi saranno pubblicati altri Quaderni del Circolo, dedicati soprattutto alla documentazione delle attività della famiglia, particolarmente nella gestione delle Cascine Muzzane di Vittadone, ed alla valorizzazione della ricchissima raccolta di cartoline illustrate delle due sorelle che copre un periodo di tempo che va dall'inizio del Novecento alla fine degli anni Trenta. Altre iniziative ancora sono in cantiere.