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giovedì 25 aprile 2013

Resistenza e controinformazione al 25 aprile della disinformazione

Riprendo anche oggi l'ultimo post del blog di Beppe Grillo, dal titolo che non scende a compromessi e a mistificazioni: Il 25 Aprile è morto. Ecco di seguito il testo che contribuisco a diffondere perché lo condivido come grido che denuncia che il re è morto e invito altri fare lo stesso in questa giornata in cui vanno per la maggiore favole e disinformazione; e soprattutto per evitare che i media interpretando a modo loro il titolo o qualche periodo, lo spaccino per quello che questo post non è e non vuol essere:
Nella nomina a presidente del Consiglio di un membro del Bilderberg il 25 aprile è morto,
nella grassa risata del piduista Berlusconi in Parlamento il 25 aprile è morto,
nella distruzione dei nastri delle conversazioni tra Mancino e Napolitano il 25 aprile è morto,
nella dittatura dei partiti il 25 aprile è morto,
nell'informazione corrotta il 25 aprile è morto,
nel tradimento della Costituzione il 25 aprile è morto,
nell'inciucio tra il pdl e il pdmenoelle il 25 aprile è morto,
nella rielezione di Napolitano e il passaggio di fatto a una Repubblica presidenziale il 25 aprile è morto,
nell'abbraccio tra Bersani e Alfano il 25 aprile è morto,
nella mancata elezione di Rodotà il 25 aprile è morto,
nella resurrezione di Amato, il tesoriere di Bottino Craxi, il 25 aprile è morto,
nei disoccupati, nelle fabbriche che chiudono, nei tagli alla Scuola e alla Sanità il 25 aprile è morto,
nei riti ruffiani e falsi che oggi si celebrano in suo nome il 25 aprile è morto,
nel grande saccheggio impunito del Monte dei Paschi di Siena il 25 aprile è morto,
nel debito pubblico colossale dovuto agli sprechi e ai privilegi dei politici il 25 aprile è morto,
nei piduisti che infestano il Parlamento e la nazione il 25 aprile è morto,
nelle ingerenze straniere il 25 aprile è morto,
nella perdita della nostra sovranità monetaria, politica, territoriale il 25 aprile è morto,
nella Repubblica nelle mani di Berlusconi, 77 anni, e Napolitano, 88 anni, il 25 aprile è morto,
nei processi mai celebrati allo "statista" Berlusconi il 25 aprile è morto,
nella trattativa Stato - mafia i cui responsabili non sono stati giudicati dopo vent'anni il 25 aprile è morto,
nel milione e mezzo di giovani emigrati in questi anni per mancanza di lavoro il 25 aprile è morto,
nell'indifferenza di troppi italiani che avranno presto un brusco risveglio il 25 aprile è morto.
Oggi evitiamo di parlarne, di celebrarlo, restiamo in silenzio con il rispetto dovuto ai defunti.
Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere.

lunedì 11 febbraio 2013

Rivisitare "Fascist Legacy"

Penso che non ci sia un giorno migliore di questo per rivisitare un documentario della BBC, che fu mandato in onda nei giorni 1 ed 8 novembre 1989. Il filmato è Fascist Legacy. Quanto segue in sintesi il contenuto, riportato da Wikipedia.
La prima parte tratta dei crimini di guerra commessi durante l'invasione italiana dell'Etiopia e nel Regno di Jugoslavia. Enfasi vi viene posta sull'impiego dell'iprite, o gas mostarda, da parte del generale Pietro Badoglio, sui bombardamenti di ospedali della Croce Rossa e sulle rappresaglie dopo un attentato contro l'allora governatore italiano dell'Etiopia. La sezione che esamina l'occupazione della Jugoslavia cita gli oltre 200 campi di prigionia italiani sparsi nei Balcani, in cui morirono 250.000 internati (600.000 secondo il governo jugoslavo), e si sofferma sulle testimonianze relative al campo di concentramento di Arbe (Rab in lingua serbo-croata) e sulle atrocità commesse nel villaggio croato di Podhum, presso Fiume.
La seconda parte tratta del periodo successivo alla capitolazione italiana nel 1943 e si rivolge principalmente all'ipocrisia mostrata tanto dagli USA quanto soprattutto dai britannici in questa fase. L'Etiopia, la Jugoslavia e la Grecia richiesero l'estradizione di 1.200 criminali di guerra italiani (i più attivamente ricercati furono Pietro Badoglio, Mario Roatta e Rodolfo Graziani), sugli atti dei quali fu fornita una completa documentazione. Entrambi i governi alleati videro però in Badoglio anche una garanzia per un dopoguerra non comunista in Italia, e fecero del loro meglio per ritardare tali richieste fino al 1947 quando i trattati di Parigi restituirono la piena sovranità al paese: gli stati sovrani in genere non estradano i propri cittadini. L'unico ufficiale italiano mai perseguito e condannato a morte da un tribunale britannico fu un antifascista, Nicola Bellomo, responsabile della morte di prigionieri di guerra britannici. La voce narrante originale è di Michael Palumbo, storico americano che ha pubblicato il libro L’olocausto rimosso, Rizzoli editore. Vengono inoltre intervistati gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e il britannico David Ellwood.
Il documentario termina cinicamente con una citazione di Winston Churchill su the better tomorrow with a new world order ("un domani migliore in un nuovo ordine mondiale").
Come ricorda Wikipedia, i diritti dell'opera, tradotta in lingua italiana dal regista Massimo Sani, furono acquistati dalla RAI nel 1991, ma il documentario non venne mai mandato in onda.

domenica 3 febbraio 2013

Cinquemila in piazza con Alba Dorata

EuroNews ci racconta che Alba Dorata ha portato in piazza ad Atene 5mila persone per una marcia anti-turca. La manifestazione è stata organizzata per ricordare la controversia di Imia, l'isola contesa per la quale i due Paesi arrivarono sull'orlo della guerra nel 1996. Qualche tensione con gli abitanti della capitale, ma il corteo alla fine si è sciolto senza provocare incidenti.

domenica 27 gennaio 2013

La trave che si vuol far finta di non vedere

La clip di RaiNews24 con la risposta di Silvio Berlusconi alla domanda sulle responsabilità dell'Italia sull'Olocausto. C'è chi ha commentato così in calce alla clip su YouTube: "Berlusconi dice una cazzata alla tv? Giornali e telegiornali dedicano ore e ore di servizi su una frase. Scandalo possibile tangente da 2 miliardi? Nessuno ne parla. C'è qualcosa che non va negli italiani". Siamo sinceri, come dargli torto?

giovedì 17 gennaio 2013

Fini, una storia italiana

Oggi scriverò un'altra storia usando le clip archiviate su Youtube. È una delle tante possibili storie che si possono raccontare su uno dei più discussi esponenti dell'allegra brigata di residuati della prima repubblica che Monti ha raccolto nell'armata con cui, novello Landsknecht, Lanzichenecco, sta muovendo alla conquista dello Stivale. Come in tutti i percorsi di fabulazione, come i format televisivi ci insegnano una clip a mo' di premessa ci sta, un antipasto che può corroborare la successiva degustazione, per dirla con una metafora metabolica. Siamo nel novembre 2010, precisamente il giorno 11, la trasmissione Annozero di Santoro manda in onda un'intervista di Luca Bertazzoni ad Assunta Almirante, argomento l'ultima (allora) svolta di Gianfranco Fini.


Parafrasando Santoro, il racconto adesso può cominciare. Sigla! I Contromano introducono il tema di questo post con "Mamma, non sono più fascista".


L'errore fondamentale è stato fatto nell'aprile 2008 da Berlusconi e dagli ex An, quando, per togliersi dai piedi Fini, che era già d'impaccio, hanno pensato di ripetere l'escamotage in precedenza usato con Casini, di farlo presidente della Camera, per eliminarlo dall'attività politica di partito facendone un uomo delle istituzioni sopra le parti. Ma evidentemente un uomo, qualunque uomo, non lo si conosce mai abbastanza, e Berlusconi, che si vanta di essere un fine conoscitore degli animi umani, quella volta ha preso una cantonata pazzesca. Ahinoi, perché oggi ancora ne paghiamo le conseguenze.


Non è banalmente la promessa di dimettersi mai mantenuta relativa alla casa di Montecarlo a farci capire nel tempo l'illusione nel giudizio di Berlusconi. Il problema di Fini è tutto nelle parole, a ben ascoltarle, di Assunta Almirante.
La coerenza politica di Gianfranco Fini è messa in dubbio nella rete da moltissimi video creati da persone di destra, missini soprattutto che dalle giravolte del nostro si sono sentiti profondamente traditi. Per cui è difficile trovare una clip che non contenga scritte che testimoniano quella che viene vissuta come un'offesa personale. Così anche nella seguente che tramanda ai posteri un frammento dell'intervento di Fini al congresso MSI-DN di Sorrento del 1987, alla fine c'è l'innevitabile epiteto. Umanamente giustificabile, comunque, l'incipit del brano audio è inequivocabile: "Il nostro fascismo, cari camerati...".


Come inequivocabili sono i contenuti dell'appello agli elettori che Gianfranco Fini, segretario del Movimento Sociale Italiano, in occasione delle elezioni politiche del 5 e 6 aprile 1992 fece allora: un voto all'Msi-Dn per cambiare e punire la partitocrazia, di cui poi è diventato ed è uno degli esempi più sublimi quanto ad attaccamento alla poltrona.


Come anche testimonia la clip successiva che ci mostra sempre in quegli anni un Gianfranco Fini a Napoli. Il documento audio-video è notevole per un passaggio, quando cioè Fini si esprime su Bossi. Da ascoltare con molta attenzione, centellinando le parole come un vino d'annata. Pensando sul carro di chi oggi Fini si scarozza nella corsa elettorale.


La nostra storia si chiude con Piero Chiambretti che nei panni del portalettere, si reca alla sede dell'Msi per consegnare al segretario del partito Gianfranco Fini la cartolina di Andrea Barbato,.uno dei divertenti momenti della fortunata trasmissione Il Portalettere andata in onda tra il 1991 e il 1992.


Sul Web tal Savoldello di nickname, indubbiamente di destra stante l'incipit, commenta: "Bellissima la bandiera quadripartita con gli stemmi di Trieste, Istria, Fiume e Dalmazia. All'epoca esisteva un partito, un leader e un ideale. Oggi anche la destra è confluita nella Cloaca Maxima della politica italiana fatta di imbrogli, di demagogia, di accordicchi e di ladrocini. Non ci saranno più le bombe e il clima di tensione, per fortuna, ma non c'è neanche più nulla in cui credere. Già, e non c'è miglior storia di quella di Fini per rafforzare una simile considerazione.

venerdì 21 dicembre 2012

Ma l'America è pro nazismo?

Lo scorso 7 novembre l'agenzia di stampa russa Novosti ha lanciato sul proprio sito web un sondaggio sul possibile effetto che i risultati delle elezioni americane avrebbero avuto sulle relazioni russo-americane. Il sondaggio è ancora aperto e finora hanno espresso la loro opinione 2.736 lettori. Ottimista ("miglioreranno") solo il 14,7% dei partecipanti, mentre quasi equamente (uno scarto di 72 voti) si dividono la rimanente fetta di voto le altre due risposte previste: "si deterioreranno" con il 41,3%; "rimarranno così come sono" con il 44,0%.
In realtà tutta una serie di segnali indicano che tra Russia e America sia in atto una sorta di ritorno di "guerra fredda". Ne parlerò in un altro post. Qui invece voglio segnalare una notizia di oggi.
Il ministro russo degli Esteri ha criticato la riluttanza americana a sostenere la risoluzione russa proposta all'Onu contro la glorificazione del nazismo, approvata ieri con il voto di 130 paesi, l'astensione di 54 paesi tra cui gli stati baltici, mentre gli Stati Uniti, il Canada, e la Repubblica di Palau hanno votato contro. Quest'ultima, la Repubblica di Palau, è uno Stato insulare nell'Oceano Pacifico, situato a circa 500 km a est delle Filippine, che ha ottenuto l'indipendenza dagli USA nel 1994; è una tra le nazioni più giovani (e meno popolose) del mondo, secondo quanto riporta Wikipedia.
Il ministro russo ha fatto questa dichiarazione: "Siamo estremamente perplessi e ci dispiace che gli Stati Uniti, Canada e Palau abbiano votato contro questo documento, mentre le delegazioni degli stati membri dell'Unione europea si sono astenuti durante la votazione sulla risoluzione, che era sostenuta dalla stragrande maggioranza degli stati membri delle Nazioni Unite. Speriamo che l'adozione della risoluzione mandi un chiaro segnale a quei paesi dove c'è la necessità ritardata a lungo di prendere misure fortemente efficaci per contrastare i tentativi in aumento di glorificazione del nazismo, e di quanti prestarono servizio nelle Waffen-SS".
La risoluzione condanna la costruzione di memoriali in onore di ex nazisti e di militi delle Waffen-SS e di tenere dimostrazioni pubbliche in favore del nazismo. La risoluzione inoltre sollecita ad intraprendere azioni per prevenire la circolazione in Internet di idee naziste.

giovedì 15 novembre 2012

Retorica e orecchie da mercante

Il quotidiano di Lodi Il Cittadino ha pubblicato oggi la mia risposta all'ultima lettera del presidente dell'Anpi di Melegnano. Eccola di seguito, e con questo ho chiuso da parte mia il dialogo indiretto sulle pagine del giornale.

Caro Direttore,
scambiare la stringatezza rivolta all'essenziale e ad un minimo consumo di spazio nel rispetto degli altri, che usano lo strumento di partecipazione della lettera, per una mancanza di argomenti o una remissione, o anche il forzare provocatoriamente il discorso altrui, interpretandolo gratuitamente, come più d'una volta il sig. Fogagnolo ha fatto nei suoi interventi, sono solo sterili artifici retorici che non incantano occhi attenti e critici. Come pure il trucco di fare orecchie da mercante all'interlocutore per guadagnare un'altra possibilità d'una ripetizione di storia o di educazione civica, non richiesta.

Le lettere del sig. Fogagnolo sono ricche di citazioni e di consigli di lettura anche importanti. Di solito si usa la citazione per rafforzare con l'autorità altrui le proprie argomentazioni. Anche questo, come si sa, è un espediente retorico. Come lo è, se voluto, il trascurare un minimo d'informazione sul proprio competitor elettivo e il darlo a vedere con un "che, a giudicare dal nome, Fumich dovrebbe conoscere bene".
Il che nell'era di Internet oltretutto è un peccato mortale, sempreché non ci si ritenga un "repositorium veritatis". Vede, sig. Fogagnolo, sulle vicende del confine orientale ho scritto quattro libri, che trova, tutti e quattro, su Amazon e altre librerie online: "Il Pozzo e le Parole", "Controinformazione Foibe", "Dopo l'8 Settembre in Istria. Governo popolare e rappresaglia nazista", "Le Mani sulle Foibe". Già, ma questo lei non lo può sapere, perché io non sono un accademico e non pubblico con le grandi case editrici.
Un'utile lettura potrebbe risultare il primo, che contiene tre miei precedenti scritti divulgativi di cui quello intitolato "Salvare il salvabile" evidenzia il ruolo di De Gasperi, e non solo di lui, nel salvare i criminali di guerra italiani richiesti da Tito. Dico questo non per venderle un libro, ma solo perché possa meglio conoscere il mio pensiero. Cordialmente



martedì 13 novembre 2012

Perseverare diabolicum

Oggi, sul quotidiano Il Cittadino l'ennesima lettera del Fogagnolo in risposta all'ultima mia, che, per chi avesse orecchie per intedere, doveva ragionevolmente chiuderla lì. Risponderò in giornata con alcune precisazioni. Qui annoto solo frettolosamente che il mio interlocutore non sembra aver compreso il senso dell'ultima mia, ma anzi la prende come un andare sul personale in mancanza di argomenti. Cosa che non è. La lettera del padre, da me citata, è un alto esempio degli ideali che hanno animato quanti in tempo di fascismo dominante hanno giocato la loro vita per far trionfare quei Valori sui quali la nuova Italia avrebbe dovuto essere costruita. E' una lettera che andrebbe, soprattutto oggi, riletta con attenzione al suo insegnamento, valido ancora. Seconda cosa, il mio interlocutore infarcisce i suoi scritti di citazioni autorevoli quanto spesso scontate, consiglia a piene mani letture, forse per dar un peso alle proprie argomentazioni, ma trascura, con una palese inclinazione all'autoreferenzialità, di informarsi, cosa evidente nell'ultima parte della lettera, almeno su chi sia il suo contraddittore. Non che me ne importi più di tanto. Dico solo che, così facendo, ecco il facile attribuire ad altri pensieri, atteggiamenti, interpretazioni, quando non parole, supposti retoricamente per propria comodità, che però non sono loro propri. Il mestiere della tolleranza e della democrazia è un mestiere difficile da imparare e da esercitare. Anche da chi può ritenere d'averne le stigmate.

Caro direttore, quando la realtà dei fatti non coincide più con i propri schemi ideologici e non si hanno più argomenti, è facile scivolare dal piano generale a quello personale. Fumich, dopo aver dovuto prendere atto che esiste un quadro legislativo che limita, in termini precisi, l’attività politica di un partito, vietando qualsiasi richiamo al nefasto partito fascista, mi attacca sul piano personale.
Non sono disposto a seguirlo su questa strada; quindi, dopo questa mia risposta, non darò alcun seguito ad altre sue missive. Non su questo argomento, almeno. Mi permetta, però, alcune precisazioni per dovere di informazione verso chi ci legge.
A proposito della strage nazifascista di piazzale Loreto va precisato che, dei 18 responsabili di quella strage (14 nazisti e 4 fascisti, dice il rapporto della polizia militare inglese del 21 maggio 1946), due soli hanno pagato il loro debito con la giustizia. Uno è il comandante del plotone di esecuzione ricordato da Fumich; l’altro è capitano delle SS Saevecke, allora responsabile nazista della sicurezza militare della piazza diMilano, condannato all’ergastolo dal Tribunale militare di Torino nel ‘99. Ma Saevecke non ha scontato un solo giorno di galera, per la tarda età e per il rifiuto dell’estradizione da parte della Germania. Il suo processo si è potuto celebrare solo alla fine degli anni ‘90 perchè il fascicolo della strage fu illegittimamente nascosto dai vertici della magistratura militare per oltre 50 anni, nel cosiddetto «armadio della vergogna». Nel frattempo, gli altri responsabili sono tutti morti. Ci sarebbe molto da dire su uno Stato che, a parole, celebra la Resistenza e, nei fatti, nega giustizia ai famigliari delle vittime delle stragi nazifasciste; ma questa è un’altra storia e preferisco fermarmi qui.
Ciò malgrado, la mia vicenda personale non ha alcun peso nella valutazione oggettiva di ciò che, da tempo, è avvenuto e avviene nel nostro Paese. Malato di infantilismo politico, esso non è stato e non è in grado di assumersi le responsabilità della tragica eredità fascista (la posizione di Fumich ne è una dimostrazione), né è stato capace di fare i conti con il passato e di attuare quel processo di defascistizzazione dello Stato, che pure era uno degli obblighi imposti dal Trattato di Pace di Parigi del 1947. Ne consiglio la lettura perchè esso contiene le sanzioni applicate all’Italia a causa della guerra di aggressione fascista, superficialmente dichiarata e catastroficamente persa; sanzioni che sarebbero state ancora più dure se non ci fosse stata la Resistenza (di cui si richiama il ruolo
positivo in una delle premesse del Trattato) che riscattò, almeno in parte, la dignità del Paese. Tra le altre, contiene anche le sanzioni territoriali che riguardarono sia i confini orientali (che, a giudicare dal nome, Fumich dovrebbe conoscere bene), che quelli occidentali, efficacemente difesi dal governo De Gasperi dal revanscismo della Francia, offesa dalla «pugnalata nella schiena».
E, a proposito del Trattato, suggerisco la rilettura delmagistrale discorso che il grande statista trentino tenne il 10 agosto 1946 alla Conferenza di Pace, davanti alla platea dei vincitori, decisamente ostile: una lezione di dignità, di moralità e di diplomazia che meriterebbe di essere studiata nelle scuole e che dovrebbe imparare a memoria, per punizione, chi, recentemente e molto indegnamente, si è paragonato a lui. Per inciso, nessuno statista europeo si è mai permesso di ridere alle spalle di De Gasperi (e del Paese), per il semplice motivo che era più che adeguato e consono al suo ruolo!
La storia, diceva lo storico francese Marc Bloch, è il presente che interroga il passato per proiettarsi verso il futuro. Quale possa essere il futuro del nostro Paese, ce lo racconta la recente sentenza della magistratura che sanziona quanto è avvenuto nella caserma della polizia di Genova Bolzaneto, durante il G8 del 2001: i vertici della nostra polizia sono stati condannati per aver permesso la tortura di innocenti dimostranti, mentre gli agenti inneggiavano al duce e cantavano inni fascisti. Quei vertici sono ancora lì. O le bombe fasciste di piazza Fontana, rimaste impunite. O il fatto che, nel Tribunale di Lodi, qualche anno fa, c’era e forse c’è ancora un funzionario di polizia giudiziaria che aveva (ha?) impunemente decorato il suo ufficio di numerosi simboli fascisti.
C’è da meravigliarsi, allora, se ai funerali di Rauti, come sugli spalti di certe partite di calcio, ci sono giovani che inneggiano al nazismo e al fascismo, probabilmente senza neppure sapere cosa furono e quali disastri fecero in Europa e nel mondo?
Il mio impegno e quello dell’ANPI è proprio quello di portare questo Paese a fare, finalmente, i conti con il suo passato per guardare serenamente al futuro e costruirne uno migliore, in cui i valori della tolleranza, della democrazia e della rappresentatività parlamentare siano alla base della convivenza civile tra coloro che hanno opinioni politiche diverse. Cordiali saluti.
Sergio R. Fogagnolo
presidente Anpi Melegnano

venerdì 9 novembre 2012

Guardare avanti

Il mio commento all'ultima replica del presidente dell'Anpi melegnanese, Sergio Fogagnolo, è stata pubblicata nell'edizione odierna del quotidiano "Il Cittadino". Di seguito il testo ed il ritaglio del giornale.


Caro Direttore,

capisco che il sig. Sergio Fogagnolo usi lo spazio del nostro dialogo indiretto attraverso le pagine del giornale, per esporre le sue idee e condurre la sua guerra personale contro ombre del passato che ritiene aggirarsi ancora nel presente; posso tentare – anche se con la difficoltà di chi non ha vissuto esperienze tragiche di simile portata – di comprendere quanto sia arduo far tacitare le conseguenze di un gravissimo torto subito nel lontano 10 agosto 1944, il padre Umberto fucilato da un plotone fascista in Piazzale Loreto a Milano assieme ad altri resistenti. E’ indubbio che quell’evento sia di quelli che segnano per sempre una vita. Tuttavia lo inviterei a rileggere i suoi interventi sul giornale e a riflettere se essi in alcune parti non siano forse almeno un pochino sopra le righe. Molta acqua è passata sotto i ponti, come si dice, da quel giorno di sessantotto anni fa, lo stesso ufficiale che comandò quell’eccidio – so che questo non può placare – fu fucilato dai partigiani a Como dopo il 25 aprile 1945 e quella stessa piazza milanese nei giorni della liberazione della città ha visto lo scempio del massimo responsabile di quella ed altre atrocità che vengono ricordate nei diversi interventi sul giornale. E’ giusto coltivare la memoria, ma in qualche modo è doveroso non fare del passato l’unico scopo del proprio esistere, ma guardare avanti. R-esistere, ma soprattutto resistere (senza trattino); e di motivi oggi di resistere ce ne sono tanti nel nostro paese ed ogni giorno si moltiplicano, molto più seri dell’esistenza di piccoli gruppi nostalgici che vedono nel futuro un passato irriproducibile. Nella lettera in cui il padre Umberto comunicava alla moglie la sua scelta di lotta (“Tu, Nadina, mi perdonerai se oggi io gioco la mia vita.”), non vi è un vuoto recriminare sui, lontani nel tempo, cannoni del generale Bava Beccaris, ma la coscienza della necessità dell’azione, in un tempo mutato, per raccogliere i “gridi d’umanità”: “se vi sono delle piaghe che bruciano e dei bisogni che spingono, si esce e si fa guerra”. Ecco, al sig. Fogagnolo e all’Anpi, di cui sono stato a suo tempo, e per molti anni, iscritto, proporrei oggi primario il fine di lottare ancora una volta per rendere concreti, una volta per tutte, quei Valori che dovrebbero essere il fondamento di una “Repubblica nata dalla Resistenza”. Contro i nemici veri, non larve d’un tempo che fu.


giovedì 8 novembre 2012

Un bravo per i compiti fatti a casa

Oggi il quotidiano Il Cittadino pubblica la replica al mio commento sulla precedente risposta al sig. Sergio Fogagnolo, presidente dell'Anpi di Melegnano. Ecco di seguito il testo della lettera che la redazione del giornale ha titolato, prendendo spunto dall'incipit, "Finalmente ha fatto i compiti a casa":
Gentile direttore,
Prendo atto che il signor Fumich ha finalmente corretto e integrato la sua precedente lettera in cui citava solo la Costituzione. Ha fatto i compiti a casa e si vede. Bravo!
Tuttavia, la replica piccata richiede qualche breve precisazione. In precedenza, ho semplicemente affermato che esiste «un quadro legislativo preciso col quale la Repubblica democratica ha stabilito i limiti entro cui un partito può esercitare la sua azione politica, senza il timore di essere accusato di voler fare risorgere il fascismo.» Mi fa piacere che finalmente anche Fumich ne abbia preso atto.
È necessario ricordarlo a causa del risorgente fascismo striciante che si tollera in ogni sede, anche giornalistica (da qui la mia prima lettera, dopo la quale ho preso atto che la mia opinione e quella del direttore sono divergenti). Senza parlare della toponomastica, usata per sdoganare personaggi a dir poco discutibili del fascismo; per fare un esempio, vale la pena di citare il recentemausoleo dedicato al criminale di guerra Graziani, realizzato, per di più, sottraendo risorse alla destinazione legittima (realizzazione di un parco pubblico), che ha suscitato indignate reazioni all’estero, nella quasi indifferenza nostrana. Indifferenza che è bene ricordarlo è il primo passo verso l’assassinio della memoria, come suggerisce lo storico francese Pierre Vidal Naquet.
Dire poi, tautologicamente, che spetta alla magistratura, e non a me, decidere della legittimità di un partito o di un’associazione, significa mettermi in bocca parole che non ho mai detto (scritto). Per inciso, che quelle associazioni o partiti siano fascisti, non è una mia opinione ma una loro orgogliosa rivendicazione.
Mi vien da dire, orgoglio di che? Che il fascismo abbia preso il potere con la violenza? Nel triennio nero (1919/22), le spedizioni “punitive” delle squadracce fasciste fecero circa tremila morti. Che il fascismo fosse violentemente contrario al sistema democratico e al parlamento? Che abbia fatto un uso politico dell’assassinio per sbarazzarsi dei suoi più agguerriti oppositori? Che abbia scatenato guerre di aggressione (guerra di Spagna, d’Etiopia e 2GM [60 milioni di morti]) e la sanguinosa guerra civile (circa 100 mila morti tra le due parti)? Che abbia emanato le vergognose leggi razziali (circa 40mila morti, prevalentemente nel periodo 1943/45)?
Per quanto si voglia sottoporre la storia e la storiografia a un «giudizio più equilibrato e obiettivo», questi sono fatti inconfutabili.
Per il resto, consiglierei a Fumich la lettura [del] libro di Emilio Gentile (allievo di Renzo De Felice e storico del fascismo di fama internazionale) «Fascismo. Storia e interpretazione» e del suo recentissimo «E fu subito regime. Il fascismo e la marcia su Roma».
Infine, sostenere che, chiedere il rispetto delle leggi che limitano l’operato dei partiti che si richiamano al fascismo, «contraddirebbe proprio quegli ideali della Resistenza posti a fondamento oltre sessant’anni fa della nostra Repubblica», mi sembra davvero una bestemmia. Ribadisco che, capitalizzando la tragica esperienza fascista, il quadro normativo intende preservare la libertà di tutti perché, negli anni 20, il fascismo utilizzò gli strumenti democratici e parlamentari per prendere il potere, con la violenza e con le conseguenze che tutti conosciamo.
Fumich vuole forse ripetere quell’esperienza? Se sì, si accomodi; ma mi auguro che sia disposto a pagarne personalmente il prezzo. Quanto a me, non ci tengo proprio: lamia famiglia e io abbiamo già dato.
La ringrazio per la cortese attenzione e la saluto cordialmente.
Sergio R. Fogagnolo
Presidente Anpi Melegnano


Poiché il lettore ha la possibilità di seguire su questo blog tutto il carteggio finora pubblicato, può confrontando i testi da solo chiosare quest'ultimo ed individuare i punti dove c'è qualche voluto misunderstanding e qualche gratuita attribuzione. Non mi interessa personalmente sottolinearli, né qui né altrove. Peraltro alla lettera del presidente Anpi melegnanese ho già risposto in tarda mattinata con un altro mio commento che pubblicherò qui, sul blog, quando avrà trovato spazio sul giornale.
Mi piace invece accennare al problema vero: quello cioè di poter studiare e discutere gli eventi storici del Ventennio e della lotta partigiana senza pregiudizi o preconcetti di sorta o tesi e verità preconfezionate, seppure esse talvolta possano trovare la loro motivazione nel vissuto personale.
Non dimentichiamo che il professor Renzo De Felice, così frequentemente citato dal mio intelocutore, si trovò contro la storiografia ufficiale, quando nel 1965 pubblicò il libro "Mussolini il rivoluzionario", proprio non piacendo quella sottolineatura, da lui fatta circa la formazione politica di Mussolini, della matrice di sinistra. Per non dire poi dello scandalo suscitato dal libro pubblicato da Laterza nel 1975 "Intervista sul fascismo", che scatenò contro il De Felice una sorta di caccia alle streghe non solo nell'ambiente accademico, ma anche tra i politici, appioppandogli gratuite accuse di revisionismo, di voler riabilitare il Ventennio e mettendolo all'indice perché sospettato di filofascismo. Una spiegazione dell'accanimento del 1975 la diede recentemente in un intervista al Corriere del Mezzogiorno lo stesso Michael Arthur Ledeen che nel libro era l'interlocutore di De Felice: "Nell’«Intervista» Renzo disse, per la prima volta, che comunismo e fascismo in un certo senso avevano lo stesso codice genetica: erano figli della rivoluzione francese. E questa — che oggi tutti riconoscono una banale verità — era un’affermazione tremenda per la sinistra. Indigeribile".

martedì 6 novembre 2012

Non è l'Anpi a decidere la legittimità

Oggi, il quotidiano di Lodi Il Cittadino ha pubblicato nello spazio delle "Lettere e Opinioni" il mio commento alla risposta del presidente dell'Anpi di Melegnano. Come promesso in un precedente post, ecco di seguito il testo:

Caro Direttore, questa mia più che una risposta è una veloce chiosa della lettera del Sig, Fogagnolo pubblicata il 2 novembre, dove mi si “accusa” di disinformazione solo perché – scrivevo nella mia - “per farla breve prendo appunto questa [la XII disposizione transitoria della Costituzione] ad esempio”, tralasciando l’altra normativa citata. Conosce bene la mia passata attività di giornalista, la quale mi ha insegnato come lo spazio sia sacro ed abusarne sempre sconveniente.
Mi perdoni se qui, sollecitato, mi permetto a scopo “didattico” un’altra citazione testuale, questa volta proprio dalla legge Scelba, tanto cara all’interlocutore. L’articolo 1 recita: “Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”.
Citazione necessaria a questo punto per sgomberare ogni equivoco. Ed inviterei lo stesso interlocutore a fare una attenta e corretta esegesi del testo, perché solo così si può comprendere, piaccia o no, la legittimità di associazioni come quelle che si crede personalmente giusto combattere perché personalmente ritenute “fasciste”. Il primo comma dell’articolo 7, ancora, ci dice che: “La cognizione dei delitti preveduti dalla presente legge appartiene al tribunale”. Cioè ci dice che è compito della Magistratura accertare o meno se un partito o una associazione rientri nella fattispecie prevista dalla legge; non certo un compito che spetti, mi perdoni, al presidente dell’Anpi melegnanese.
Ricordo ancora che la legge Scelba del 1952 abrogava le più pesanti disposizioni concernenti la repressione dell'attività fascista, in quanto incompatibili con essa, contenute nella legge 3 dicembre 1947, n. 1546, promulgata dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, un segnale comunque di un’uscita da una emergenza; e che, ancora, la stessa legge, come dice l’articolo 10, aveva un carattere provvisorio (“La presente legge e le norme della L. 3 dicembre 1947, n. 1546, non abrogate, cesseranno di aver vigore appena che saranno state rivedute le disposizioni relative alla stessa materia del Codice penale.”). E poi non dimentichiamoci che dalla sua promulgazione sono passati sessant’anni, e che il quadro politico, interno e internazionale, è profondamente mutato da allora. E ancora, come ricordano i promotori di una sua abrogazione, che “la stessa storiografia accademica ha ormai da tempo formulato sull'esperienza del Ventennio mussoliniano un giudizio più equilibrato e obiettivo di quello che ancora risentiva delle passioni politiche e ideologiche dell'immediato dopoguerra”. Mi fermo qui. Cordialmente


venerdì 2 novembre 2012

D come democrazia D come disinformazione

Nella rubrica Lettere e Opinioni il quotidiano di Lodi "Il Cittadino" pubblica oggi una lettera del presidente dell'Anpi di Melegnano, Sergio R. Fogagnolo, che intende essere una risposta ad un mio precedente commento su una diatriba sollevata dal Fogagnolo nei riguardi del direttore dello stesso giornale, seguita alla pubblicazione di una lettera di un'associazione della destra melegnanese. Per permettere a chi legge questa mia annotazione, di inquadrare meglio la questione premetto il mio intervento (titolato dal redattore che cura la pagina, "Le citazioni fuori luogo di Fogagnolo"). Scrivevo il 5 ottobre scorso:

Sergio R. Fogagnolo, chiudeva la sua lettera indirizzata al direttore del quotidiano, pubblicata il 3 ottobre, scrivendo: "Ma per favore, non dica che «i fascisti devono avere libertà di stampa e di espressione» perché le leggi dicono chiaramente che non è così". Non m'interessano le beghe melegnanesi, ma mi fanno specie le citazioni non verificate - sbagliate, per dirla senza eufemismi - perché sono segno del degrado culturale che stiamo vivendo. Per affermare vero l'abnorme ed aberrante proprio postulato, "la legge non riconosce ai fascisti libertà di pensiero e li esclude dalle libertà di parola, di stampa e di manifestazione pubblica" il sig. Fogagnolo cita tra le altre la XII disposizione transitoria della Costituzione. Per farla breve prendo appunto questa ad esempio. Non so quale testo abbia letto il presidente dell'Anpi melegnanese, ma la XII disposizione delle Costituzione recita: "E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all'articolo 48 [quello che norma il diritto di voto] sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista". Dove intraveda il sig. Fogagnolo il non riconoscimento ai post-fascisti della libertà di pensiero e l'esclusione dalla libertà di parola, stampa e manifestazione pubblica - diritti tra l'altro universali - non si comprende proprio. Mi si permetta in conclusione di osservare che l'affermarlo contraddirebbe proprio quegli ideali della Resistenza posti a fondamento oltre sessant'anni fa della nostra Repubblica.

Questo, invece, il testo della lettera pubblicata oggi a firma del presidente dell'Anpi, titolata "Fascismo - Consiglio a Fumich di informarsi":


Gentile direttore,
sono stato in Inghilterra per ragioni di famiglia per circa un mese e non ho potuto dare un seguito alla lettera omissiva e un po’ maliziosa del signor Fumich.
Devo dire che mi sarei aspettato da parte sua qualche precisazione: nella mia lettera del tre di ottobre non mi sono limitato a citare la Costituzione, riportavo anche un quadro legislativo preciso col quale la Repubblica democratica ha stabilito i limiti entro cui un partito può esercitare la sua azione politica senza il timore di essere accusato di voler fare risorgere il fascismo.
Consiglio, dunque, vivamente al signor Fumich la lettura della legge 645/1952 (legge Scelba) non casualmente intitolata Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma I) della Costituzione (riorganizzazione del partito fascista). In particolare, all’articolo 1 si definisce cosa si intende per riorganizzazione del partito fascista; all’art. 2 si indicano le sanzioni penali per le fattispecie dei reati; all’art. 4 si specifica cosa si intenda per apologia di fascismo; all’art. 5 si parla di manifestazioni pubbliche (e delle relative sanzioni); e, infine, all’art. 8 si descrivono i provvedimenti cautelari in materia di stampa.
La legge Mancino, poi, completa il quadro normativo volto a sanzionare le condotte riconducibili al fascismo e al razzismo. In particolare, agli articoli 1 si definiscono discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; mentre all’art. 2 si normano le disposizioni di prevenzione. Vorrei anche ricordare che, pretendendo il monopolio della politica (il partito unico), il fascismo non fu democratico né a favore del sistema della rappresentanza parlamentare: prese il potere con la violenza. Il fascismo di oggi, militante in sigle diverse, ma richiamandosi a quello che ha portato il Paese alla catastrofe di una guerra di aggressione dichiarata e poi persa drammaticamente, è diverso da quello di allora?
Il fatto che le norme che sanzionano la rinascita del partito fascista siano applicate con parsimonia non significa che siano state abrogate; significa, piuttosto, che lo stato democratico tende a farne uso malvolentieri perché colpiscono reati di opinione.
Non così il fascismo, che istituì addirittura un “Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato” per sanzionare pesantemente chi non pensava fascista. Così, per reati di opinione, il Tribunale Speciale sanzionò gli oppositori del regime con oltre 27.700 anni di carcere, 42 condanne a morte (di cui 31 eseguite) e 3 ergastoli.
I limiti della legislazione vigente all’espressione dei diritti di pensiero, di parola, di stampa e di manifestazione, è la sanzione applicata al fascismo che si macchiò dei due crimini più efferati che l’umanità possa immaginare: le guerre di aggressione (Etiopia, Spagna e 2GM) e la guerra civile, responsabilità entrambe gravanti sul fascismo nazionale prima e repubblichino poi, come riconosce anche De Felice nel suo “Breve storia del fascismo”.
Capitalizzando quella tragica e sanguinosissima esperienza, il quadro normativo intende preservare la libertà di tutti perché, negli anni 20 e 30, rispettivamente, il fascismo e il nazismo utilizzarono gli strumenti democratici e parlamentari per prendere il potere, con la violenza e le conseguenze che tutti conosciamo.
Infine, poiché anch’io considero «le citazioni non verificate sbagliate, per dirla senza eufemismi un segno del degrado culturale che stiamo vivendo», consiglio vivamente il signor Fumich di documentarsi meglio prima di esprimere giudizi parziali e affrettati.
Distinti saluti.
Sergio R. Fogagnolo
Presidente Anpi Melegnano


Naturalmente, "tirato per i capelli", non ho potuto lasciar cadere la questione (anche se ne avrei fatto a meno), ed ho inviato al giornale un mio commento sulla lettera. Per il momento lascio la suspense sui contenuti. Lo riporterò anche qui, sul blog, una volta che sarà pubblicato.