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sabato 26 gennaio 2013

Sinistra per Siena su Comune e Fondazione MPS

Le vicende di queste ore sono state un vero e proprio tsunami politico che ha rimesso tutto in forse. Chi segue gli eventi, come può da casa, si è trovato travolto da una valanga di informazione, di prese di posizione, di dichiarazioni, di dati, di commenti, da cui si fa fatica ad uscire razionalizzando il tutto in un'opinione coerente. Il problema è certamente capirne i motivi, capire ad esempio il back-stage di questa foto, che a suo tempo ha fatto discutere.


Forse basterebbe capire i volti, le espressioni, confrontarli con quanto è successo dopo, con oggi, per darsi una spiegazione. Casini ride, e si capisce bene il perché: con Monti ha trovato un rilancio sulla scena politica da primario e non da comprimario, come forse mai gli era capitato prima nella sua carriera politica. Con Monti si è assicurato ancora una sedia in Parlamento, e forse qualcosa di più, una presidenza magari di peso. Alfano è il più serioso, forse l'unico tra i presenti che è lì per un motivo chiaro, di facile definizione: senza Pdl, e si è visto poi, un governo Monti non stava in piedi. Anche Bersani è felice, e forse i mali pensieri che nascono dalle vicende di questi giorni suggeriscono possibili motivi di una soddisfazione. In fin dei conti ha dietro, alle spalle Monti, Monti bond. Una certezza.per far uscire la banca del cuore del Pd dai pasticci. E si è visto. 3,9 miliardi non sono bruscolini. Già, ma detto tutto questo, veniamo al punto che interessa, non a Roma ma a Siena: nel consiglio comunale di Siena c'è Sinistra per Siena. Un'ottima fonte per capire la vicenda nell'ottica politica..
Come nasce Sinistra per Siena? Prendo le informazioni a piene mani dal loro sito. Dicono: "Il nostro circolo nasce un paio di anni fa come un circolo di Sinistra Ecologia e Libertà. Condividevamo in pieno il progetto di Nichi Vendola di rinnovare la sinistra italiana declinando i valori tradizionali (uguaglianza, solidarietà, attenzione ai diritti sostanziali degli individui) in un modo nuovo e moderno, volevamo partecipare con lui alla costruzione di un partito che ponesse al centro i valori e non gli interessi dei funzionari. Iniziarono tuttavia ben presto i dissapori con i dirigenti provinciali di SEL che mal sopportavano l’idea che noi ponessimo al centro dell’azione politica cittadina la questione morale. Noi riteniamo che occorra districare il nodo perverso fra politica, massoneria e affari che sta soffocando questa nostra città. Loro avevano un patto di ferro con il PD che questo nodo vuol tenerlo stretto. Siamo stati sempre più emarginati. Le nostre richieste (primarie per scegliere il candidato a sindaco del centro sinistra, richiesta al PD di un forte rinnovamento morale, collegamento con le altre forze del centro sinistra – IDV, Federazione della sinistra - per coordinare le nostre richieste a PD e costringerlo al rinnovamento) sono state tutte rifiutate. Alla fine il gruppo dirigente di SEL ha accettato senza proferire verbo un candidato a Sindaco che personalmente e per la sua storia politica rappresenta proprio quello che noi contrastavamo".
Sinistra per Siena così continua il racconto della propria storia: "A questo punto avevamo due scelte: a) ripiegare le bandiere e tornare a fare quel che facevamo prima (nessuno di noi vive di politica o si aspetta qualcosa di concreto dall’impegno politico e quindi siamo liberi); b) proporre a Siena un’alternativa di sinistra, ovvero essere coerenti con i valori che ci avevano spinto ad entrare in SEL. Abbiamo preferito seguire il cuore che ci diceva di essere fedeli agli ideali e non alla nomenclatura di partito. Così è nata l’avventura di Sinistra per Siena e la proposta di candidare Laura Vigni a Sindaco di Siena".
Siamo, dunque, alle elezioni comunali del 2011: "Le elezioni sono andate benissimo per la nostra Lista Sinistra per Siena (Laura Vigni ha preso poco meno del 7 % dei voti e la lista quasi il 5 %), male per Siena. Incredibile a dirsi Ceccuzzi ha vinto al primo turno con il 54 % dei voti. Che fosse una vittoria di Pirro è apparso subito evidente. Le tensioni interne nel PD crescono a vista d’occhio. Quando gli accordi sono basati sulla divisione del potere, delle poltrone e del sottogoverno, ma le risorse sono scarse e non c’è tanta trippa da dividere, allora mantenere l’equilibrio diventa sempre più difficile. La maggioranza entra in crisi sulle note questioni del bilancio: questione ovviamente strumentale, ben altre sono le questioni sul tappeto. I cosiddetti dissidenti del PD fanno cadere la giunta".
Arrivano a Sinistra per Siena le tante promesse, i do ut des: "In quel periodo direttamente e indirettamente sono state fatte tante promesse a Laura perché votasse a favore della maggioranza. Ancora non hanno capito come mai Laura abbia detto di no. La loro forma mentis è tale che non riescono a immaginare che esistano in politica persone per bene che non sono interessate a benefici materiali, ma vogliono essere coerenti coi loro ideali e con la promessa fatta ai suoi elettori".
Questo il quadro, ma adesso ci saranno nuove elezioni amministrative. "Nei prossimi mesi Siena affronterà una nuova campagna elettorale. Noi ci saremo e saremo più forti di prima, più numerosi, più motivati.  Anche perché le cose in città possono cambiare veramente. Forse è il momento che i città tornino ad amministrare persone perbene che abbiano a cuore solo gli interessi collettivi. Cambiare a Siena questa volta si può".
Scrive Laura Vigni: "Perché mi candido alle elezioni 2013. L'amore profondo per Siena, dove sono nata e dove da sempre vivo e lavoro. La conoscenza della sua storia e della sua amministrazione. La forza, la cultura, l’onestà di una donna. Per voltare pagina, davvero".
Questa lunga premessa perché nel canale YouTube di Sinistra per Siena ho trovato due filmati di due consigli comunali, dove sono ben descritte, dall'interno, le vicende dei rapporti tra politica e Fondazione Monte Paschi. Il primo filmato, che si riferisce alla seduta del 9 settembre 2011, contiene l'intervento del consigliere comunale Laura Vigni, in cui esprime con fermezza la posizione di Sinistra per Siena sul futuro della Fondazione Monte dei Paschi nel corso del dibattito che ha portato all'aggiornamento delle linee programmatiche 2009-2011 della Deputazione Generale della Fondazione Mps e nuovi indirizzi per gli anni 2011-2013.


Dice in sintesi la consigliera di Sinistra per Siena che il documento approvato dalla maggioranza, con la strana – ma non troppo – alleanza del PdL, appare assolutamente insufficiente riguardo alla Banca, la cui politica imprenditoriale viene sottratta a qualsiasi controllo, mentre gli errori e le imprudenze fanno sentire i loro effetti sulla Fondazione e su tutta la collettività. La ricapitalizzazione necessaria per evitare la sua scalabilità, ha costretto la Fondazione a indebitarsi per 600 milioni di Euro ed a tagliare drasticamente le erogazioni alla città. E forse questo sacrificio non sarà sufficiente: pensiamo con preoccupazione a cosa potrà accadere se diventasse necessario ricapitalizzare ancora. Chi potrà parlare ancora di senesità del Monte?
La situazione attuale della Banca non è solo il frutto della crisi internazionale, che naturalmente pesa, ma anche di scelte interne e per uscirne c’è bisogno di una cambio di rotta deciso: abbandonare le esternalizzazioni, valorizzare le competenze interne, evitare di affidare tutto il sistema informatico a IBM, premiare la professionalità a prescindere dall’appartenenza politica nell’assegnazione dei posti di comando.
Il documento della maggioranza e del Pdl sembra solo un accordo di potere, che invita ad alzare la musica mentre il Titanic affonda.
Il gruppo di Sinistra per Siena aveva deciso di non presentare una propria mozione, dicono, ma ha sostenuto quella delle Liste Civiche aggiungendo due punti significativi: la diminuzione del numero dei nominati nelle partecipate e trasparenza sui criteri che la Fondazione adotterà quest’anno per assegnare le poche risorse disponibili. Naturalmente in fase di voto Sinistra per Siena è messa in minoranza, e i giornali cittadini riferiscono solo le posizioni della maggioranza, ma noi continueremo a far conoscere le nostre posizioni ricorrendo a tutti gli strumenti di comunicazione a nostra disposizione.
Il secondo filmato si riferisce al Consiglio comunale del 29 novembre 2011. Mostra l'intervento di Laura Vigni. In discussione la mozione in merito alla Fondazione MPS.

domenica 6 gennaio 2013

Un consiglio di buon senso

Cosa dice nella sua intervista rilasciata al Giornale Freccero di Berlusconi? "Da tempo Berlusconi è l'unico che irride la miseria della politica. Come attore professionista si presenta in scena già truccato per la parte. Ha indossato ogni sorta di copricapi: bandane, colbacchi, oggi il Borsalino. Situazionisticamente sembra suggerire: la politica è spettacolo. In questo modo spoglia di sacralità lo scenario montiano". E dunque, se si toglie la ieraticità, cosa resta del discorso montiano? Riflettiamoci su, se può servire; ma forse è bastante un'occhiata alle proprie tasche.
"La sua crescita [di Berlusconi] nei consensi è legata alla capacità di riportare alla normalità la paradossalità dei suoi discorsi", precisa Freccero. "Come, per esempio, quando sostiene di non aver mai detto che Ruby era la nipote di Mubarak". Ed è su questo aspetto che nel tempo si è sempre concentrata l'azione di discredito nei riguardi della sua persona, proprio per la valenza di consenso che sapeva attrarre. Spesso in passato, noi stessi, abbiamo arrecato offesa alla nostra intelligenza lasciandoci trascinare dal furore mediatico scatenato, ad hoc, contro questo o quel paradosso berlusconiano che andavano a colpire come un'autobomba un comune sentire fatto di luoghi comuni e di ipocrisie, sostenuto e nutrito dai media del conformismo quale religione di stato. Si pensi a quel colpo di genio del cucù fatto in Piazza Grande a Trieste, pardon! Piazza Unità d'Italia, alla Merkel. Per farcelo perdonare - tanto ci avevano fatto vergognare della marachella - abbiamo dato il paese per tredici mesi in mano ad un loden.


Ma di questi tempi può essere utile ad una seria riflessione sul voto, che siamo chiamati a dare, un'altra verità berlusconiana, tacciata con un siamo alle solite, e su cui, continuo ad insistere, acriticamente si sono fatte spallucce, piuttosto che una riflessione. È il 4 aprile 2006; Berlusconi all'assemblea di Confcommercio dice queste testuali parole: "Ho troppa stima nell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano così tanti coglioni che possano votare contro il proprio interesse". Naturalmente, come di consueto, le sue parole furono usate dai soliti media che "contano" e che stravvedevano allora per un altro salvatore della patria, Prodi, per spegnere l'incendio anticonformista che potevano scatenare. Tanto che ci fu, più che una smentita, anche se ipocritamente tale fu classificata, una precisazione: "La sinistra, come al solito quando è in difficoltà, cerca di manipolare una mia frase per montarci sopra un caso del tutto inesistente. Quel che ho detto alla Confcommercio è esattamente il contrario di ciò che alcune agenzie di stampa vorrebbero farmi dire nei loro primi titoli". Già, perché ciò che conta non sono le parole in sé, ma il senso che su esse si costruisce, sempre. Ma riascoltiamole le parole di Berlusconi.


Riportiamole ad oggi e chiediamoci: perché gli italiani dovrebbero dare il loro voto ad un personaggio come Casini? Cosa mai ha fatto Casini in politica se non cercare in ogni modo di mantenersi a galla? Quali interessi rappresenta? Quelli dei lavoratori? Quelli dei pensionati? Quelli del ceto medio tartassato dal suo sostegno senza se e senza ma, al governo delle banche e dell'aristocrazia finanziaria? Perché dovremmo votare un Fini? Perché bistrattato, perché ci ha intenerito la vicenda della sua casa di Montecarlo? Cosa mai ha fatto Fini per noi? Perché mai dovremmo votare per una lista rotariana, per il suo capolista? Perché dovremmo votare per chi sta strozzando l'Italia per fare un favore ad un'Europa che non è la nostra Europa? L'Europa delle banche non è l'Europa dei popoli, l'idea di Europa che tutti noi abbiamo. Non è insomma un altro paradosso berlusconiano l'invito a votare per il centrosinistra o per il centrodestra e non per i partitini rotariani o meno, è un consiglio di buonsenso.

giovedì 3 gennaio 2013

Contrordine, compagni

Avevo già accennato in precedenza, che vi sono più "agende" o, per fare gli spiritosi, più "piani di rinascita democratica" portati avanti parallelamente sul terreno della politica che mirano a stessi obiettivi, seppure con sfumature profondamente diverse, tali comunque da farli distinguibili tra di loro. Una è l'agenda Monti, che non nasce oggi, ma aveva usato finora altri mezzi, più nascosti e diretti per indirizzare, quelli tipici dei potentati, delle lobby economiche e finanziarie, accontentandosi di controllare la scena politica in maniera, come si dice nel gioco moderno degli scacchi, "indiana". Ora avendo decisamente cambiato strategia e optato per quella "ortodossa", ma non avendo una propria base elettorale, ovvero un partito e un apparato in grado di portarla a competere nella corsa elettorale, gli estensori hanno pensato bene di raccattare quei rottami centristi che già si erano usati come leve in passato per instradare gli eventi interessanti il governo del paese alla bisogna. Prima Casini, poi Fini, inutilmente, tanto da passare alla fine alle modalità viste nel novembre 2011.
Poi, non nascondiamolo, c'è un'agenda Bersani, che ancora non ha mostrato fino in fondo le carte in mano. Atto finora, vero, non necessario in quanto l'eredità dei vecchi idealismi di sinistra gli garantisce ancora una base di consenso solida. E le primarie ne sono state una testimonianza.
La terza agenda è quella in mano a Berlusconi, che ricalca molto della prima, o meglio in molti punti convergente con la prima, e che si ispira, non è certo un segreto, a molte idee e modi di quel piano di rinascita che un tempo fu considerato eversione. Si dice molto spesso, parlando di Berlusconi e della sua propaganda, che è "populismo", dando al termine una accezione non propria, cioè intendendo un darla a bere al popolo, un mescere cose che il popolo vuol sentirsi dire, per carpire la buona fede ed alla fine farsi gli affari propri, agire ad personam, per se stesso. Il termine populismo significa altro, prendendo in mano un dizionario: per estensione (il termine originario si riferisce al movimento politico russo della fine dell'Ottocento che puntava alla formazione di una società socialista di tipo contadino, contraria all'industrialismo occidentale) indica un'ideologia che è caratteristica di un movimento politico o artistico che vede nel popolo un modello etico e sociale. Ora, l'ideologia che permea il Popolo della libertà non mi sembra tale, quanto piuttosto, per la storia di una componente, più incline a riferirsi all'assistenzialismo del fascismo sociale.
Quello di Grillo è populismo sì, con buona approssimazione. Già, c'è la quarta agenda di Grillo, o meglio quella di Casaleggio e Associati. Di questa però dirò in un post a parte.
Poi infine c'è il quarto polo, gli arancioni, che non è il quarto stato, ma un gruppo di onesti cittadini che intendono percorrere un sentiero di testimonianza. Dei Pelizza da Volpedo, convinti della necessità di un impegno sociale e umanitario nella politica d'oggi.
Ma in realtà la partita elettorale si gioca tra le prime tre agende, per molti aspetti sovrapponibili. Ed è questo il problema per noi elettori, scegliendo uno, rifiutando il consenso all'altro o al terzo, di non cadere dalla padella nella brace. È inverno, non è tempo questo di andare al mare, cerchiamo di informarci il più possibile e a 360 gradi. Non accontentiamoci di ascoltare una sola sirena per quanto a noi la più gradita, ma approfondiamo soluzioni vere proposte e soprattutto prospettive del dopo. Se Monti ha ragione in qualche cosa, ha ragione in questo, anche se detto da lui suona pro domo sua: non è più il tempo di fidarci dei nostri ideologismi, delle etichette che troviamo sulla propaganda confezionata. Andiamo oltre. Facciamo per la prima volta un gesto veramente consapevole.
Ed a proposito di consapevolezza, dalla lettura dell'Unità di oggi traspare la sensazione che finalmente, al di là delle dichiarazioni di maniera, parte del Pd cominci a realizzare che il proprio nemico, la tigre da abbattere non sia il Cavaliere, ma il Professore che sta operando come una calamità sul consenso di certa parte della base democratica.


Non solo la vignetta di Staino che mette alla berlina lo stupore per le dichiarazioni dell'ultim'ora di Monti, ma anche i titoli cominciano a mostrare i segni di chi comincia a capire che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Così si titola "Meno tasse ma solo a parole. Monti alla radio promette tagli fiscali e non dice come. Attacchi a Fassina e Vendola". E ancora: "La risposta del centrosinistra. Il Pd: il professore scivola nella demagogia". E "Fassina a l'Unità: «La lista del premier sembra il Rotary». Contrordine, compagni? Se fosse, meglio tardi che mai.

martedì 1 gennaio 2013

Tutto meno che uno spot elettorale

Nonostante le prese di posizione di molti politici, tra cui gli scettici Di Pietro ed esponenti della Lega (di Grillo dirò più in là) l'impressione di ieri rimane ad una lettura oggi del testo dell'intervento di Giorgio Napolitano: cioè quella di un ultimo discorso che suonava, più di altro, a redenzione di ipotetiche colpe nella svolta "costituzionale" di tredici mesi fa, quando il leader d'un governo legittimo e legittimato dal voto popolare è stato in modi ancora oscuri costretto alle dimissioni e successivamente a sostenere il nuovo premier, l'unto, "inventato a tavolino" poco prima senatore a vita per legittimarlo e poi scelto come l'uomo del destino per guidare i destini della nazione.
Vediamo qualche passo del messaggio. Per prima cosa la realtà sociale: "Parlo innanzitutto di una realtà sociale duramente segnata dalle conseguenze della crisi con cui da quattro anni ci si confronta su scala mondiale, in Europa e in particolar modo in Italia". Ma, attenzione su cosa poi si pone l'accento, dopo: "Da noi la crisi generale, ancora nel 2012, si è tradotta in crisi di aziende medie e grandi, si è tradotta in cancellazione di piccole imprese e di posti di lavoro, in aumento della Cassa Integrazione e della disoccupazione, in ulteriore aggravamento della difficoltà a trovare lavoro per chi l'ha perduto e per i giovani che lo cercano". Quel "ancora nel 2012" cosa significa se non una bocciatura, almeno una netta critica all'operato del premier Monti? Monti, cioè, nei suoi tredici mesi non ha operato come doveva operare; si è preoccupato di altro, di mettere in sicurezza banche e l'alta borghesia finanziaria, colpendo i pensionati, i lavoratori, la classe media, ma non chi in questo paese ha di più e che poteva dare senza compiere un grandissimo sacrificio come invece sono stati costretti a fare altri, senza lobby in soccorso, senza difese neppure politiche, come si è visto.
Ed eloquenti sono le parole di Napolitano: "È una questione sociale, e sono situazioni gravi di persone e di famiglie, che bisogna sentire nel profondo della nostra coscienza e di cui ci si deve fare e mostrare umanamente partecipi. La politica, soprattutto, non può affermare il suo ruolo se le manca questo sentimento, questa capacità di condivisione umana e morale". Monti è capace di avere una coscienza intesa in tal senso? La Fornero aveva qualche lacrima, ma le ha subito esaurite, contribuendo poi a colpire pesantemente la fascia di popolazione meno difesa.
Certo, Napolitano è stato compartecipe di un'azione di governo scriteriata dal punto di vista dell'equità sociale dei sacrifici, lo riconosce: "Scelte di governo dettate dalla necessità di ridurre il nostro massiccio debito pubblico obbligano i cittadini a sacrifici, per una parte di essi certamente pesanti, e inevitabilmente contribuiscono a provocare recessione. Ma nessuno può negare quella necessità : è toccato anche a me ribadirlo molte volte". Ovviamente, seppure col senno di poi, non può disconoscere l'azione del governo: "Guai se non si fosse compiuto lo sforzo che abbiamo in tempi recenti più decisamente affrontato che ha consentito un ritorno di fiducia nell'Italia". Insomma, anche se nel modo sbagliato, siamo usciti da una emergenza. E allora?
Ecco critica e proposta nel contempo: "Decisivo è, nello stesso tempo e più in prospettiva, far ripartire l'economia e l'occupazione non solo nel Centro-Nord ma anche nel Mezzogiorno ; cosa - quest'ultima - di cui poco ci si fa carico e perfino poco si parla nei confronti e negl'impegni per il governo del paese". Ed ancora una bacchettata a Monti, al suo governo, alla sua agenda che contempla un'Italia subalterna all'Europa: "L'Italia non è un paese che possa fare, nel concerto europeo, da passivo esecutore ; è tra i paesi che hanno fondato e costruito l'Europa unita, e ha titoli e responsabilità per essere protagonista di un futuro di integrazione e democrazia federale, che è condizione per contare ancora, tutti insieme, nel mondo che è cambiato e che cambia".
E la prospettiva non può che essere unica, e lo dice così dopo aver ricordato i problemi delle giovani generazioni: "Più in generale, una rinnovata visione dello sviluppo economico non può eludere il problema del crescere delle diseguaglianze sociali. Si riconosce ormai, ben oltre vecchi confini ideologici, che esso è divenuto fattore di crisi e ostacolo alla crescita proprio nelle economie avanzate. Porre in primo piano quel problema diventa sempre più decisivo". Monti, però, e il suo governo hanno ampiamente dimostrato di essere choosy, schizzinosi nell'affrontare il tema prendendo il toro per le corna, essendo "portatori sani" di interessi in tutta evidenza non collettivi; e si potrebbe osare nel dire non conformi alla riduzione dello "spread" sociale. Monti non può essere una soluzione per il dopo elezioni. Da qui forse la fiducia posta dal Presidente nel richiamo al popolo: "Sta per iniziare un anno ancora carico di difficoltà. Non ci nascondiamo la durezza delle prove da affrontare, ma abbiamo forti ragioni di fiducia negli italiani e nell'Italia". E nella loro saggezza dimostrata sempre: "Non si può dimenticare che saranno necessari nel nuovo Parlamento sforzi convergenti, contributi responsabili alla ricerca di intese, come in tutti i paesi democratici quando si tratti di ridefinire regole e assetti istituzionali. Non si è, con mio grave rammarico, saputo o voluto riformare la legge elettorale; per i partiti, per tutte le formazioni politiche, la prova d'appello è ora quella della qualità delle liste. Sono certo che gli elettori ne terranno il massimo conto".
Insomma, dice Napolitano sta a voi creare nelle urne le condizioni per una stagione di riforme. Non solo, ma anche una situazione di governabilità, altrimenti la funzione del Capo dello Stato non potrà essere che quella prevista dalla legge: "Il voto del 24-25 febbraio interverrà a indicare quali posizioni siano maggiormente condivise e debbano guidare il governo che si formerà e otterrà la fiducia delle Camere". Se non vi sarà un'indicazione netta, inevitabile sarà raggiungere un compromesso, come ricorda Napolitano stesso: "D'altronde non c'è nel nostro ordinamento costituzionale l'elezione diretta del primo ministro, del capo del governo". C'è però un'alternativa che bisognerebbe tenere comunque in considerazione: la possibilità di sciogliere di nuovo le camere e di rimandare ancora al popolo il compito di dare una soluzione concreta al problema della governabilità.
Quanto a Monti, Napolitano ha detto: "Il Presidente del Consiglio dimissionario è tenuto - secondo una prassi consolidata - ad assicurare entro limiti ben definiti la gestione degli affari correnti, e ad attuare leggi e deleghe già approvate dal Parlamento, nel solco delle scelte sancite con la fiducia dalle diverse forze politiche che sostenevano il suo governo". Una netta precisazione che suona rivolta al premier stesso, come par di leggere tra le righe soprattutto in virtù di quell'accenno alla maggioranza che sosteneva il suo governo; al premier che, come spesso hanno protestato le opposizioni con in primo piano l'Italia dei Valori, ha mostrato un certo snobismo verso le regole ed il Parlamento, e aggiungerei io, verso gli stessi italiani.

lunedì 31 dicembre 2012

L'agenda prevarrà sulla verità?

Nel mondo occidentale la verità non ha più alcun significato. Il suo posto è stato preso dall'agenda. Comincia così l'articolo di Paul Craig Roberts America’s Descent into Deception and Tyranny: Agenda Prevails Over Truth. E spiega: L'agenda è estremamente importante, perché è il modo con cui Washington ottiene l'egemonia sul mondo e sul popolo americano. L'Undici Settembre fu la "nuova Pearl Harbor" che i neoconservatori dichiararono essere necessaria per le loro guerre pianificate contro i paesi islamici. Perché i neoconservatori potessero proseguire con la loro agenda. Era necessaria perché gli americani si associassero all'agenda.
Mi fermo qui. È evidente che l'incipit dell'articolo di Paul Craig Roberts ha, altro piano, altro luogo, una lampante analogia con i discorsi e le dichiarazioni che in questi giorni abbiamo sentito da Mario Monti. Non si parla di bisogni del paese, ma si parla di "agenda". Per dirla con l'autore dell'articolo non si parla di verità ma di agenda, cioè di un progetto neoconservatore, anche in questo caso, che nulla ha a che fare con le aspettative, le speranze, il futuro atteso dagli italiani.
Aggiungo solo questo. Così come l'agenda dei neoconservatori americani era già scritta prima dell'Undici Settembre, anche nel nostro caso la cosiddetta agenda Monti era stata preparata ben prima delle dimissioni di Berlusconi nel novembre dello scorso anno. Anzi quelle dimissioni fanno parte dello scenario contemplato dall'agenda italiana dei poteri ed interessi forti economico-finanziari italiani.
Quando Berlusconi avanza l'ipotesi di una commissione d'inchiesta sulle modalità che hanno portato al governo un Professore non legittimato da nessun voto popolare, ma inserito in Parlamento con la furbata della nomina a senatore a vita, la sua non è una boutade elettorale. Tutt'altro. Si è usata la crisi e l'antiberlusconismo reso viscerale dai media televisivi e della carta stampata, le stesse debolezze umane del premier, per la svolta, come Bush ha usato l'Undici Settembre per proseguire alla grande l'agenda di cui parla Roberts nella parte iniziale del suo articolo. L'agenda in quel caso è stata fatta digerire da gran parte dell'opinione pubblica americana, soprattutto quella con una visione di destra, che credette in buona fede al "dogma" dei neoconservatori americani: "Essi ci odiano a causa della nostra libertà e democrazia". Così, qui da noi, il "popolo della sinistra", ma anche gran parte dell'opinione pubblica quotidianamente bombardata dalla propaganda contro Berlusconi, si trovò ben disposta ad accettare il golpe istituzionale e a credere nel salvatore della patria in loden, dall'iconografia mediatica di persona sobria e rispettata in Europa. Quello che Bush fece di conseguenza è noto, noto quello che ha fatto Monti in questi tredici mesi di sgoverno dell'Italia.

mercoledì 26 dicembre 2012

Ventriloqui

Ascoltando la conferenza stampa di Mario Monti, ad un certo punto, ho avuto una sorta di déjà vu, di già visto o già sentito, meglio forse di già letto. Così quando i giornali hanno pubblicato estratti della omelia montiana, sono andato a ricercare il brano, un momento importante, un passaggio chiave del discorso. Questo: "Non mi schiero con nessuno ma la mia agenda è chiara ed è aperta a tutti per coalizioni ampie. Alle forze che manifesteranno adesione convinta e credibile all'agenda Monti, sono pronto a dare il mio incoraggiamento e, se richiesto, anche la guida, e sono pronto ad assumere un giorno, se le circostanze lo volessero, responsabilità che mi venissero affidate dal Parlamento". E ancora: "Se una o più forze politiche, con credibile adesione alla mia agenda, manifestasse il proposito di candidarmi a Presidente del Consiglio, valuterei la cosa. A nessuno si può impedire di fare questo. Verificate tante condizioni, sì". Ecco questo era il passaggio. Ma dove avevo sentito qualcosa di simile? Dove?
Alla fine mi è venuta alla mente una certa intervista rilasciata al Corriere della Sera. Ecco una frase: "Che sia io a candidarmi è proprio da escludere. Può essere che me lo chiedano. Nel caso, valuterò". Sì era questa. A parlare era il professor Ichino che rispondeva a domande sulla sua collaborazione con Renzi, una collaborazione che "non esclude le altre. Quello che conta sono le cose da fare, i programmi. E i programmi di una sfida come le primarie, su alcuni punti, ben possono anche essere convergenti. Uno degli scopi della nostra assemblea del 29 settembre [dei pro agenda Monti] è proprio quello di favorire l’aggregazione più ampia possibile di persone interessate alle primarie democratiche, su queste idee e questo programma". E ad altra domanda: "Se dalla campagna elettorale per le primarie risulterà che solo Renzi fa proprie le mie idee, le mie proposte, non avrò alcun dubbio sul candidato a cui dare il voto". E ancora: "Se non riterremo soddisfacenti i programmi degli altri candidati, potremmo anche valutare una nostra candidatura".
Mutatis mutandis, lo stesso atteggiamento di Monti, con alcune variabili però, nel caso del bocconiano, già valutate nella loro incidenza.
Ancora per sottolineare il parallelo in un suo comunicato stampa Ichino precisava su Renzi: "la mia collaborazione (...) non ha certo il significato di una mia «affiliazione» o dipendenza da lui, bensì soltanto quello di una nostra convergenza piena sulle cose concrete da fare per l’allineamento dell’Italia agli standard europei più avanzati e la sua crescita sul piano sociale e su quello economico. Una collaborazione che spero si allarghi al maggior numero possibile di persone di buona volontà; e della quale non posso che essere felice".
Insomma, senza tirare troppo per i capelli, si può ricordare il vecchio detto, Dio li fa e poi li accoppia.
Ma c'è un altro aspetto da evidenziare. Ichino nell'intervista diceva: "Bersani ha detto testualmente che il suo futuro governo avrà una sua agenda, solo in parte coincidente con l’agenda Monti. Ma questo potrebbe anche andar bene se le differenze consistessero in perfezionamenti, correzioni di errori, riempimento di lacune. Il problema è che invece alcune prese di posizione del vertice del Pd fanno pensare, su alcuni punti cruciali, più a un netto cambiamento di rotta che alla prosecuzione del programma avviato da Mario Monti". Cioè in soldoni un matrimonio anche sotto forma di coppia di fatto tra Monti e Pd non sarebbe possibile, tant'è che Ichino si è chiamato fuori, dal Pd. Il che significa che non ci sono metafore che tengano. E il segretario Bersani non può limitarsi a dire come oggi: "Noi siamo il Pd, di gran lunga il più grande partito italiano, europeista e riformatore. Un partito alternativo a Berlusconi, alla Lega e ai populismi, aperto a discutere con chi è contro Berlusconi, la Lega e i populismi. Queste sono le nostre posizioni, gli altri decidano cosa fare a noi va bene qualunque cosa. Certamente bisogna che queste posizioni escano dalle ambiguità. Noi siamo questo". Che il Pd sia contro il "grande satana" lo sanno tutti dopo tanti anni di antiberlusconismo viscerale, ma come si dice, "dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici mi guardo io", Bersani dovrebbe, lui per primo, uscire dalle ambiguità. Lo deve al popolo delle primarie. Semplicemente.

sabato 22 dicembre 2012

Lo spread di Chef Monti

I media "orchestrati" dai poteri forti, trovando una facile claque nell'acritico antiberlusconismo di molta sinistra, soprattutto quella di maniera, ci hanno "convinto" con le loro ossessive cantilene che il Cavaliere fosse "nero", un "cattivo", un orco che pensava soprattutto a se stesso, pronto a fare un boccone di tutto ciò che interessava il suo business.
Certo, il suo modo di governare non è stato spesso ineccepibile dal punto di vista dell'interesse generale del paese; ma del resto, ormai è evidente anche questo, soprattutto per le nostre tasche, neppure il governo tecnocratico inventato nel novembre d'un anno fa al Quirinale è stato a livello di guinness quanto a interesse collettivo ed equa ripartizione del costo da pagare. Il risultato è che, se di Monti viene comunque propagandata un'immagine positiva, si fa invece di Berlusconi un giullare capace solo di raccontare barzellette. E, dunque, c'è una sorta di credenza diffusa che bisogna sempre e comunque fare la tara su ogni cosa che egli dice.
Oggi, ad esempio, ha detto una verità vera: "Oggi finisce l'esperienza del governo tecnico e speriamo non ci sia più una sospensione della democrazia come quella che abbiamo passato". Perché, checché ci dicano, questa è stata la parentesi del governo tecnico.
Un'altra verità è questa: "Si sono accucciati [i tecnici] di fronte alle richieste della Ue, soprattutto dell'Unione Europea tedesca e del nord Europa, che portano soltanto alla recessione".
Insomma, niente di più vero che il governo Monti non sia stato pro Italia, come ci chiedono di credere, ma pro Europa, un'Europa come Frau Merkel la intende. E non sarà poi proprio un caso che oggi, il day after, attraverso le agenzie di stampa arrivi proprio dall'Europa un monito a non abbandonare l'agenda Monti. Così un'Ansa: "Herman Van Rompuy «non interferisce con la politica interna» e non commenta le dimissioni di Monti, ma fonti vicine al presidente Ue ricordano che «ha già detto che il prossimo governo italiano non ha altra scelta che continuare le stesse politiche del governo Monti»".
E, altra verità, che l'Italia non fosse al primo posto dell'agenda, ce lo confermano queste parole del Cavaliere: "In parte [il presidente Napolitano] ha ragione perché c'era la possibilità con il governo dei tecnici di avere la maggioranza in Parlamento per approvare quelle riforme costituzionali necessarie per rendere l'Italia governabile. Quelle riforme che invece il governo dei tecnici non ha ritenuto riproporre". E di legge costituzionale una è stata fatta, guarda caso proprio quella che interessava l'Europa merkeliana, il pareggio di bilancio obbligatorio.
Berlusconi ha infine aggiunto anche un suo "chi ha orecchie per intendere, intenda": lo spread "è assolutamente indipendente dai governi ma dipende da altri fattori". Un'ovvietà, certo, ma sfruttando quel sentore di misterioso, d'esoterico presente nelle parole di scienze e discipline, estranee per lo più alla quotidianità dell'uomo della strada, dello "spread", che banalmente altro non è in ambito finanziario che un differenziale di prezzo tra due titoli, se ne fatto un babau che ha gravato come una nube tossica sul nostro paese, permettendo che a spese nostre altro "spread" avesse luogo. Già in inglese il termine significa anche "banchetto", "pasto abbondante", quello che banche e potentati finanziari hanno fatto a spese nostre, cucinato da chef Monti.

domenica 16 dicembre 2012

L'inguaribile mania di farsi del male

Supponiamo che Monti si presenti come candidato premier alle prossime politiche attraverso una lista che sia espressione di un rassemblement di parlamentari uscenti, personalità dell'economia e della finanza, di tirapiedi della borghesia italiana, i vari Casini, Fini per dirne un paio, i berluscones incollati alla poltrona di deputato o di senatore, i ministri di questo governo che ha salassato l'Italia promettendo mari e monti, appunto. Immaginiamo il battage elettorale dei media controllati dai poteri forti. Una gioiosa macchina da guerra, per ricordarne un'altra, vestita di tricolore e con la benedizione del pontifex maximus, e dell'Europa popolare e anche di parte, vedi Hollande, dell'Europa socialista, quella sollecita verso gli altri perché attenta ai propri affari nazionali.
Che fare? Che potrebbe fare uno che i sondaggisti dicono vincente? Perché dietro ci sono i ceti popolari, i lavoratori, i pensionati, un ceto medio impoverito da chi ha fatto solo gli interessi delle banche e dei pescecani della finanza. Proseguire, dunque, per la sua strada e giocarsi la partita seppure in uno stadio dove gli altoparlanti propagandano il tifo per l'avversario, consapevole di poter sfruttare una macchina di partito che può raggiungere capillarmente il proprio elettorato e un elettorato potenziale costituito da quanti in questi mesi del governo Monti hanno dovuto mettere le mani nelle proprie tasche per sacrifici fatti in cambio di nulla, hanno tirato la cinghia mentre altri continuavano a godersela la vita, senza cacciare un euro per risollevare il paese. Continuare per la propria strada proponendo rimedi concreti, azioni capaci di difendere il lavoro e l'economia, ma con un rigore che finalmente colpisca, senza se e senza ma, chi più ha e può dare. Tanto può dare del proprio superfluo. Azioni che puntino, non soltanto a parole, a favorire la crescita. Un programma per l'Italia, senza perdersi nella caccia a fantasmi veri o presunti, o in una gara a chi si porta a casa l'unto dal Colle. Essere di per sé, non esistere in funzione di altro o di altri, della cosiddetta "opinione pubblica", un falso creato dalle televisioni e dai giornali.
Ma soprattutto smettendola di farsi del male con le proprie stesse mani. Tanto che vien da dire che a far perdere, se perderà, il centrosinistra, non sarà Monti, ma il centrosinistra stesso, ancora una volta incapace di uscire da una logica di perdente a vita. Che senso hanno, per fare un esempio, parole come queste di Paolo Gentiloni, evidenziate da giornali di destra: "Monti sarebbe un concorrente temibile per il Pd. Consiglio Bersani di affrettarsi a ridare spazio a Renzi, invece di rinchiudere il Pd nella sinistra tradizionale"? Se non mostrare che il Pd stesso non sa o non vuole vincere. L'incapacità manifesta nel leggere i tempi di molti esponenti. intenti ad ammirarsi l'ombelico piuttosto che guardarsi attorno. è disarmante. Non aver capito e non capire che, dopo il successo delle primarie, fosse necessario mostrare uno schieramento compatto come non mai, granitico sulla linea indicata dai tre milioni di elettori che hanno partecipato a quella grande kermesse di democrazia, dimostra non solo una sorta di impotenza politica di certi personaggi che sarebbe, loro sì, più che giusto rottamare, altro che proporli come sindaci. Dimostra che gran parte degli "imboscati" nell'apparato romano del partito non credeva a quelle primarie, tanto da non aver ancora oggi digerito ed assimilato il risultato, risultato oltretutto magari anche indigesto. Il Pd è un partito democratico, certo, ma dovrebbe puntare ad essere qualcosa di meglio e di diverso dalla Balena bianca e dai suoi obsoleti metodi di gestire politica ed elettorato, a cui, con tutta evidenza, molti continuano ad essere affezionati. Ed è sperabile che le metafore immaginifiche di Bersani aiutino il segretario Pd, e candidato premier per investitura popolare, a mantenere dritta la barra del timone su una rotta che finora ha mostrato d'essere quella giusta.

giovedì 13 dicembre 2012

Dirlo è doveroso

Durissima Margherita Boniver sul provvedimento dell'Ordine dei giornalisti nei confronti del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, parole riportate dal Corriere della Sera: "Inaudita e incomprensibile la sentenza dell'Ordine dei giornalisti che ha sospeso Sallusti. Questa presa di didtanza di un collega «reo», in seconda battuta, di omesso controllo di un articolo diffamatorio spiega senza mezze misure il tragico doppiopesismo che da molto tempo vige nell'Ordine. Provo vergogna per quei giornalisti che di fronte alla gravissima detenzione di Sallusti trovano il tempo per prenderne le distanze comportandosi come un tribunale etico".
Anche Daniele Capezzone, temprato dalla militanza radicale, parole anche le sue riportate dal Corriere, è netto: "L'ordine dei giornalisti va semplicemente abolito. Nei Paesi liberali, non esiste nulla di simile. Non esiste alcuna ragione per tenere in piedi questo emblema del più vecchio spirito corporativo, che rappresenta solo una barriera all'accesso alla professione e al libero esercizio dell'attività giornalistica".
Degno di evidenza è anche un passo dell'articolo di Caterina Malavenda in prima pagina, oggi, su Il Sole 24 Ore in cui si evidenzia sia "paradossale" (un eufemismo per non dire a ragione di peggio? un "ad personam", per dirne una, che ci starebbe?) la decisione della dirigenza della corporazione: "L'articolo 39 è una norma la cui opportunità è indiscutibile, avendo la funzione di privare dei suoi effetti l'iscrizione all'albo di tutti i giornalisti sospettati di gravi reati e, perciò, detenuti in attesa di giudizio; ma finisce per assumere profili paradossali, se applicata a chi ha commesso un reato, con l'intenzione di compiere solo un «gesto simbolico», come l'interessato ha subito dichiarato al suo giudice. Un'evasione, dunque, tutt'altro che mirata a sottrarsi alla detenzione che, anzi l'imputato avrebbe voluto ancor più rigida, come dimostra la richiesta, più volte reiterata, di poter scontare la pena in carcere". E con molta onestà intellettuale la giornalista del Sole aggiunge: "Una chiave di lettura non usuale che consente almeno di ipotizzare, fra i vari esiti possibili, anche una sentenza favorevole".
Vittorio Feltri, in prima pagina su Il Giornale, non le manda a dire: "Un accanimento che umilia il diritto", titola il suo pezzo e nell'incipit: "Piove sul bagnato. Quando un uomo cade in disgrazia, c'è sempre qualcuno o qualcosa che gli impedisce di rialzarsi". E venendo subito ai motivi tecnico-giuridici di sospensione dall'Ordine che impediscono a Sallusti da oggi di assumere la responsabilità di una qualsivoglia pubblicazione, non ha peli sulla lingua: "Queste sono le norme, la cui interpretazione è affidata a persone non infallibili e talvolta, forse, in malafede".
Feltri poi, passando alla condanna a 14 mesi di reclusione per un articolo giudicato diffamatorio, scrive: "La diffamazione a mezzo stampa è un reato molto diffuso, commesso spesso da qualunque direttore e da numerosi giornalisti. C'è chi ha una copiosa collezione di condanne. Eppure, nonostante la legge preveda la galera (da uno a sei anni), da quando esiste la Repubblica italiana solo una volta un collega è finito in carcere, nel 1954: Giovannino Guareschi, il creatore di don Camillo che ispirò una serie felice di film. Uno scrittore di destra, guarda caso".
Feltri si chiede il perché Sallusti sì e altri no: "I giudici, riconoscendo l'eccessivo rigore della legge, per oltre mezzo secolo hanno trovato il modo di applicarla dolcemente: una multa e via andare. Se una regola crudele viene aggirata per anni è ovvio che vada cambiata, se non altro per evitare che un magistrato se ne serva per colpire un imputato in particolare, suscitando il sospetto di avercela con lui". Feltri insiste nel chiedere "come mai negli ultimi 58 anni soltanto due giornalisti, entrambi di destra, sono stati privati della libertà per uno straccio di articolo". E alla fin fine una risposta al lettore viene data: "Quando la soluzione [del Parlamento che aveva pensato di mettere una pezza all'enormità] sembrava essere stata trovata, il provvedimento (che avrebbe allineato l'Italia agli altri Paesi europei) invece di essere approvato è stato bocciato per volontà di parecchi senatori ignoranti in materia giornalistica". Col risultato non solo che "Sallusti non è stato salvato" (cosa che forse inconfessabilmente si desiderava), ma anche "tutti i suoi colleghi continuano a essere a rischio: il loro destino dipende dalle toghe chiamate a giudicare le cause di diffamazione in cui sono imputati".
Ma veniamo al fatto di ieri. Scrive Feltri: "Come se non bastasse che Alessandro si trovi da dieci giorni agli arresti domiciliari, i meccanismi della burocrazia corporativa (medievale) si sono avviati e lo hanno stritolato con la tipica indifferenza di ogni organismo avente funzioni disciplinari". E Feltri argomenta il suo disappunto: "Uno ha perso la libertà ingiustamente? Non importa. Occorre anche punirlo con pene «accessorie» (ma gravi). Quali? L'Ordine dei giornalisti, nella sua spietata asetticità, ha osservato alla lettera le proprie pandette, le quali recitano che un iscritto bastonato giudiziariamente debba anche essere disoccupato, quindi senza stipendio. In altre parole: la sospensione dall'albo (per una durata imprecisata) vieta a chi l'ha subita di esercitare la professione in qualsiasi forma. E qui siamo all'assurdità: tutti i cittadini possono scrivere (retribuiti o no) sui giornali, tranne i giornalisti sospesi o radiati dall'Ordine. La Costituzione ridotta a strame".
L'articolo di Feltri non è solo reprimenda, ma contiene proposte precise: "abolizione dell'Ordine professionale, che limita la libertà di manifestare il pensiero e di scrivere a chidesideri farlo senza lacci e lacciuoli; cancellazione immediata dal codice penale della detenzione per i reati di diffamazione e opinione; introduzione dell'obbligo di rettifica secondo un protocollo in cui non si trascurino i tempi e le modalità di pubblicazione; fissazione dei risarcimenti in base a criteri oggettivi". Sono riforme autenticamente liberali necessarie ed urgenti, si può concordare appieno.
Quanto a Sallusti, "la sua vicenda si commenta da sé", Feltri non esprime dubbi: "Siamo di fronte a un accanimento che ripugna la coscienza". E, dunque, l'appello: "Lasciate in pace questo nostro collega, tiratelo fuori dal cul-de-sac in cui l'avete infilato, e fatelo lavorare. Per lui il Giornale è ragione di vita". Vorremmo, vorrei che questo appello fosse accolto nella rete dalle tante organizzazione che della rete fanno uno strumento di pressione, che si schierano per la libertà di espressione del pensiero attraverso qualunque mezzo, le tante a cui non ho mai lesinato una firma; così come è stato fatto per altri casi altrettanto emblematici, senza stare lì a soppesare la propria e altrui appartenenza a questa o quella area politica.

mercoledì 12 dicembre 2012

Per una Lombardia sostenibile, economicamente equa e socialmente solidale

Sono tre i nomi in lizza alle primarie del centrosinistra per la candidatura a governatore della Regione Lombardia: Umberto Ambrosoli, Alessandra Kusterman e Andrea Di Stefano. Mi sento di spezzare una lancia in favore di quest'ultimo.
Andrea Di Stefano, 48 anni, giornalista, dirige la rivista Valori, promossa da Banca Etica, e collabora con diversi quotidiani, La Repubblica, il Fatto Quotidiano, Rainews24, nonché con i giornali locali de L'Espresso e Popolare Network. Membro della commissione di beneficenza della Fondazione Cariplo, si occupa di comunicazione per la Novamont Spa. Con Carlo Monguzzi e Emilio Molinari ha costituito il primo osservatorio sulle ecomafie. Non a caso il suo programma prevede lo stop al consumo del suolo in Lombardia e la restituzione all'Arpa di tutti i poteri di controllo sui reati ambientali. Sempre riguardo al territorio, Andrea Di Stefano propone una particolare attenzione alla mobilità alternativa ed ecologica, con un piano speciale per il trasporto su ferro, e all'efficienza energetica.


Nel campo del lavoro, Di Stefano propone un intervento pubblico attraverso il "reddito minimo garantito", a favore di disoccupati, inoccupati e precari, con la condizione che sia accettato l'intervento del Centro per l'impiego. Un'altra proposta di Di Stefano è l'intervento della Regione nella gestione delle grandi crisi aziendali, eventualmente finanziando le pratiche per la continuità. Di Stefano ritiene ancora che sia necessario favorire lo sviluppo di settori industriali ad alto tasso tecnologico, dare sostegno all'economia solidale, favorire l'imprenditoria over50 e dare vita alla creazione di un nuovo patto generazionale.


Per Di Stefano il settore pubblico deve essere prioritario nella sanità e nella scuola. Per la prima si propone la razionalizzazione della gestione della sanità lombarda con l'eliminazione delle sovrapposizioni tra Asl e aziende ospedaliere ed un nuovo piano socio sanitario. Per la scuola la fine della "Dote Scuola", una progressiva diminuzione dei fondi alle scuole private, il controllo e la ridistribuzione dei fondi per l'edilizia scolastica con un piano concordato con le province.
Infine, sulla questione trasparenza, Di Stefano propone un bilancio regionale partecipato, una regione aperta e mai più appalto esclusivo.


Si vota sabato 15 dicembre dalle 8 alle 20. (A Brembio, presso la Sala Civica del Palazzo Comunale). Non occorre preregistrarsi: si versa un euro, si firma la carta di intenti e si sceglie il candidato. Possono votare tutti i residenti in Lombardia, inclusi gli immigrati con permesso di soggiorno. La coalizione di centro sinistra in Lombardia è allargata a Idv e Rifondazione comunista. I soldi raccolti con queste primarie, tolti quelli per le spese, finanzieranno la campagna elettorale del vincente.

In piena crisi di nervi

Il Movimento 5 Stelle come Alba Dorata, il movimento greco di estrema destra, questo è il paragone che gira sulla rete. Beppe Grillo su tutte le furie perché ai suoi militanti non sono piaciuti né metodo né modalità di partecipazione alle cosiddette "parlamentarie", spacciate per il top della democrazia dal guru nel suo blog. Altro che le primarie del Pd!
Ed ecco che in piena crisi di nervi il comico genovese porta via il pallone, si dà alle espulsioni. Così dopo Valentino Tavolazzi, oggi è il turno di Giovanni Favia, quello che in un fuorionda aveva denunciato la mancanza di democrazia nel movimento grillino ("Nel MoVimento non c'è democrazia, decidono tutto Grillo e Casaleggio"); ed è il turno di Federica Salsi, che era stata messa sotto accusa per la sua partecipazione a Ballarò. Grillo, proprietario del marchio, ha tolto loro l'uso del logo, come scrive sul suo blog: "Li prego di astenersi per il futuro a qualificare la loro azione politica con riferimento al M5S o alla mia figura".

"Se c'è qualcuno che reputa che io non sia democratico, che Casaleggio si tenga i soldi, che io sia disonesto, allora prende e va fuori dalle palle". Insomma, come ha commentato Valentino Tavolazzi, "siamo all'inizio del crollo", un'implosione da disillusione e stanchezza del ripetere come un mantra e sottostare all'imperativo del capo, "Credere, obbedire, taggare", come qualcuno ha sintetizzato rivisitando lo slogan di Mussolini. Perché in fin dei conti Grillo non ha fatto altro che fare affidamento e sfruttare nella rete, che rispecchia il paese reale, ciò che rilevava Indro Montanelli, una citazione ritrovata in uno dei tanti commenti, "la mancanza di anticorpi all'infezione dei totalitarismi, che sono l'autentica vocazione degli italiani. I quali, non appena sentono odor di padrone, accorrono in suo soccorso e persino quando fanno le rivoluzioni tentano di farle in accordo con lui, oppure nel nome d’un altro di più sicuro affidamento. Di italiani allergici al padrone ho conosciuto solo i vecchi anarchici, che infatti più che alle galere fornivano clienti ai manicomi".
Serenella Spalla, storica attivista del movimento, ha aperto una pagina Facebook, "Solo 5 Stelle", per ritornare alle origini. Intervistata da Repubblica ha detto: "Se il Movimento 5 Stelle deve diventare la nostra Alba Dorata meglio uscirne subito. Grillo ha completamente perso il controllo. All'inizio, quando mi sono avvicinata al Meetup, non era affatto così".
Federica Salsi che a Affaritaliani.it ha commentato: "Paradossalmente i partiti, con tutti i disastri che hanno arrecato a questo Paese, sono più controllabili dai cittadini di quanto lo siano Grillo e Casaleggio", riferendosi alle parlamentarie ha posto il dubbio: "Vien da pensare se dietro al blog di Grillo ci sia la volontà di portare avanti un progetto politico o la volontà di acquisire maggiore visibilità da parte del blog per aumentare gli affari che girano attorno al blog di Beppe". Un sospetto che da tempo aleggiava ben palpabile. Come testimonia, ad esempio, questo video pubblicato su Youtube nel maggio di quest'anno.


venerdì 7 dicembre 2012

L'urlo di Munch

Le "Parlamentarie" di Beppe Grillo si sono, dunque, concluse. E così abbiamo qualche numero confidato dal guru in persona. I candidati erano circa 1.400, presenti in tutte le circoscrizioni elettorali incluse quelle estere. Grillo nel suo post sul blog, che è la "Botteghe Oscure" del suo "movimento", non dà il numero dei votanti, ma parla di circa 95.000 voti disponibili, una sessantina cioè per ciascun candidato. Attenzione, però: ciascun votante, cioè i "militanti" iscrittisi al M5S entro in 30 settembre scorso, avevano a disposizione 3 preferenze, cioè 3 voti ovviamente per tre candidati diversi. Questo potrebbe far pensare che i votanti in realtà siano stati poco più di 31.000. C'è da aggiungere che si votava per i candidati della propria circoscrizione elettorale e questo rende più difficile capire il consenso ottenuto nella realtà da ciascun candidato. Il quadro dei candidati scelti per la lista di ognuna delle 27 circoscrizioni, li riporta in ordine, si pensa, di preferenze, ma il numero dei voti ottenuto da ciascuno non è indicato. Non solo, ma ad esempio per la circoscrizione Lombardia 3, cui ho dato un'occhiata e che raggruppa le province lombarde del Po: Pavia, Lodi, Cremona e Mantova, la provenienza dei candidati non era a macchia di leopardo, ma da particolari località, soprattutto Viadana, Voghera e il Cremasco. Cosa che fa capire, se occorreva dirlo, quanto poco esteso sul territorio sia il M5S.
Da Lodi viene il candidato Gianluigi Norbiato, diciassettesimo: 58 anni, ragioniere, disoccupato. Dopo una iniziale esperienza nella ditta del padre, si è adattato a fare di tutto, maitre d'hotel, imbianchino, elettrotecnico, arrotino. Se sarà eletto, cosa praticamente impossibile se varrà il Porcellum, il suo intento maggiore sarà "quello di riportare il sociale senza legami di sorta ed espandere al massimo le tecnologie ecologiche". Perché la terra "è l'unico pianeta che si ha e se non lo si tratta un po' bene, il futuro sarà molto difficile se non impossibile".
Di Codogno è Mauro Visigalli, nono: 49 anni, cattolico, coniugato da 13, un figlio. Ha conseguito una laurea in giurisprudenza ed un dottorato in diritto canonico, "sicché la mia professione è quella di avvocato, che esercito sia in Italia che all'estero nei tribunali civili nonché in quelli ecclesiastici e della Santa Sede". Il suo obiettivo risolvere il "problema giustizia".
Sempre di Codogno è Alessandro Montanari. undicesimo: ragioniere, commerciante, attività attuale "confezione e vendita fiori e piante, artificiali e freschi". Quali sono i suoi obiettivi ve li racconta direttamente nel video di presentazione che riporto sotto. Non ho capito se è un caso o autoironia la riproduzione dell'urlo di Munch presente sulla parete di fondo.


mercoledì 5 dicembre 2012

Il movimento proprietario

Abbiamo visto nel post precedente, che chi, come Lorenzo Andraghetti è fuori target Crozza (vedi la parte finale del filmato sottostante), dal MoVimento è messo semplicemente alla porta. Ho anche detto, facendo il verso al solito modo di Grillo di chiudere i suoi post, che, se conosci il movimento, non lo voti.


È importante conoscere ciò di cui si parla, altrimenti il rischio di essere buggerati dopo, è semplice realtà. Ad esempo, l'ultima esternazione di Grillo è stata su un nuovo emendamento al testo sulla legge elettorale che imporrebbe ai partiti e ai movimenti che vogliono concorrere alle prossime elezioni politiche di dotarsi di un vero e proprio statuto. L'emendamento, presentato dai relatori Enzo Bianco (Pd) e Lucio Malan (Pdl), stabilisce che "insieme ai contrassegni devono essere depositate le copie degli statuti dei partiti o dei gruppi politici organizzati". E Grillo, da cui la lamentatio, per ora, ha solo una scrittura, che chiama "non statuto", sebbene sia articolata in 7 punti, e che è la cartina di tornasole di quanto movimento sia il MoVimento 5 Stelle.
Ma vediamolo questo non statuto. All'articolo 1 si dice che «il "MoVimento 5 Stelle" è una "non Associazione". Rappresenta una piattaforma ed un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it». La sua sede «coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica».
All'articolo 2 si dice che «Il MoVimento 5 Stelle, in quanto "non associazione", non ha una durata prestabilita».
L'articolo 3 stabilisce chiaramente che «il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso». Chiaro? Quanto a contrassegni, cioè nessuna differenza tra Grillo e Berlusconi!
L'articolo 4 parla dell'oggetto del movimento e delle finalità. Nella sua stringatezza è per contro molto complesso. Innanzitutto si dice che «Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate”». Il movimento - «in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione» - «va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog www.beppegrillo.it». Capito bene? Sicuro? Più che la partecipazione popolare, richiama, o diciamo che quanto meno ricorda molto il modo di selezionare i venditori porta a porta di una nota marca di cosmetici. No? Uno strumento di marketing? Un gioco di società o di ruolo? Certo non un partito. Perché sempre nello stesso articolo 4, si dice a chiare lettere: «Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro».
Ma allora? L'articolo continua spiegando finalmente (forse): «Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi». Aaah... Un esperimento sociale e gli elettori le cavie.
Non mi dilungo più oltre; l'articolo 5 detta le modalità di adesione, l'articolo 6 le modalità di finanziamento (in sintesi nessuna quota di adesione, solo sottoscrizioni volontarie in particolari occasioni). L'articolo 7 riguarda le procedure di designazione dei candidati alle elezioni. Il passaggio chiave: «Il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il veicolo di selezione e scelta dei soggetti», e fino qui vero quanto viene fatto credere, ma i soggetti selezionati alla fine «saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all'uso del nome e del marchio "MoVimento 5 Stelle" nell'ambito della propria partecipazione a ciascuna consultazione elettorale». Chi autorizza? ovviamente il proprietario del marchio, ovvero Beppe Grillo in persona. Una sorta di spudorato "porcellum" con il travestimento "democratico" di una sorta di primarie per pochi intimi, sospettato di assai poca trasparenza, dal momento che per paradosso tutto avviene in rete con accesso per soli "addetti ai lavori". Non tragga in inganno l'affermazione contenuta sempre nello stesso articolo che dice: «L’identità dei candidati a ciascuna carica elettiva sarà resa pubblica attraverso il sito internet appositamente allestito nell’ambito del blog; altrettanto pubbliche, trasparenti e non mediate saranno le discussioni inerenti tali candidature». Dal punto di vista della trasparenza, per i meccanismi della rete non significa nulla.
Ma torniamo ai candidati che impazzano in rete, eccovene uno, fa di nome Alfredo Ronzino, ma come sognatore, in questo paese di santi, poeti e appunto sognatori, è un cavallo di razza.


Parlamentarie? No, parrocchiali

Il Movimento 5 Stelle si presenta alla platea più ingenua e meno smaliziata della rete e, più in generale, mediatica come "una libera associazione di cittadini. Non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro". Niente, dunque "ideologie di sinistra o di destra, ma idee". Perché lo scopo è "realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici". ma soprattutto "senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente atribuito a pochi". È così? È veramente così?
Ieri la nuova denuncia di tre candidature scomparse alle "parlamentarie", tre attivisti che, pur avendo tutti i requisiti richiesti, sono stati esclusi d'imperio. I tre sono Ivano Mazzacurati, Alessandro Cuppone e Lorenzo Andraghetti. L'ultimo aveva già pubblicato online il video di presentazione della candidatura.


Annotavo ieri dopo aver visto per caso il video: Andraghetti uno certo meglio di Renzi, ma dove sta l'antipolitica? Evidentemente troppo serio e soprattutto in gamba, fuori target per il guru, padre e padrone del movimento, alla faccia delle dichiarazioni di facciata.
Anche l'ostracizzata Federica Salsi, l'antiGrillo, con merito, oggi se vi fossero le primarie per la leadership del movimento, ha denunciato la consumata esclusione dicendo all'emittente bolognese Radiotau: "Queste persone avevano a tutti gli effetti i requisiti. Mi piacerebbe che Grillo, Casaleggio o lo staff dessero delle motivazioni chiare su determinate esclusioni".
Come riportano giornali online, l'espulso Valentino Tavolazzi ha definito le "primarie" per i parlamentari del movimento grillino, cui ambiva partecipare, "una grande delusione. Il Casaleggium ha stabilito chi sia candidabile, senza alcun confronto preventivo, ed ha tradito quanto promesso da Grillo in tutte le piazze: chiunque si può candidare, se incensurato, non iscritto a partiti e se non ha svolto due mandati. Le scarse informazioni disponibili e le modalità di voto hanno impedito una partecipazione più larga e consapevole". E dunque: "Le parlamentarie stanno assumendo una dimensione parrocchiale" e usano "un metodo inqualificabile in base ai valori fondanti per il M5S, quali trasparenza e partecipazione". Inconfrontabili, insomma, con le primarie democratiche e i suoi milioni al voto. Tavolazzi, inoltre, ricorda che "Casaleggio ha anche impedito alle città di Ferrara e di Cento di essere rappresentate alle parlamentarie, colpendo non solo due liste civiche, centinaia di attivisti e migliaia di elettori, ma anche due intere comunità" e comunque ha mandato un "in bocca al lupo a tutti i cittadini di buona volontà che credono nel Movimento del non statuto e ci mettono anima, corpo e faccia per cambiare il paese".
Mutuando il vezzo di Grillo di chiudere i suoi post con una frase ad effetto, a questo punto ci sta un "Ci vediamo alle elezioni: Movimento 5 Stelle, se lo conosci non lo voti".

venerdì 30 novembre 2012

Avanti a chi tocca

Sono i dettagli a fare un personaggio. Prendiamo il caso del nubifragio a Firenze di qualche giorno fa, abbattutosi nelle prime ore del pomeriggio sul capoluogo toscano. Una pioggia battente che ha messo in crisi la città; una pioggia violenta, forse inaspettata non nel senso che non era stata annunciata, ma perché è arrivata in anticipo rispetto all'allerta meteo diramata dalla Sala operativa unificata permanente della Protezione civile regionale. L'allerta, infatti, doveva scattare dalle 22 di quella sera fino alle 18 del giorno dopo.
Il tempo, dunque c'era per fare una capatina in tv a Roma. Già, perché dov'era, mentre l'acqua invadeva alcune zone di Firenze, a causa dei tombini in tilt e gli abitanti di Piazza Puccini nei pressi del parco delle Cascine e luoghi vicini, venivano invitati per precauzione dagli operatori della Protezione civile, col megafono, a salire al primo piano per il rischio esondazione del fosso Macinante e del torrente Mugnone; dov'era Renzi, il sindaco? Era quel pomeriggio da Bruno Vespa a registrare la trasmissione Porta a Porta della sera. E quando il Mugnone decideva alla fine di graziare la città, con l'onda di piena passata alle 19.15, stava rientrando in città, e via Twitter comunicava "Alle 20 in Palazzo Vecchio presiedo unità di crisi della città per il maltempo. Abbiamo lanciato l'allerta per il Mugnone". E alle 20.30 sempre su Twitter: "L'allarme Mugnone rientra. Manteniamo l'allerta ma la protezione civile ha lavorato bene".
Mentre Renzi era in giro per l'Italia col suo camper, si ricorderà l'affondo di Grillo: "Trovo immorale che un sindaco rimetta il suo mandato per altri incarichi da lui considerati più importanti. È alto tradimento nei confronti degli elettori usati come un trampolino di lancio. Un caso di arrampicatore politico. La legge dovrebbe proibirlo o, in mancanza di una legge, almeno l'etica personale. Il fantasma di un ex sindaco si aggira in una Firenze strangolata dai debiti: è Matteo Renzi". E Grillo dimostrava nel suo blog con i numeri la validità delle sue affermazioni: "Ecco i dati del Grande Assenteista dal suo insediamento in Palazzo Vecchio fino al 10 ottobre 2012: 2009, su 17 sedute, assente 5; 2010, su 48 sedute, assente 26 volte, presente 22; 2011, su 44 sedute assente 21, presente 23; 2012, su 39 sedute assente 25. Dall'inizio delle primarie, dal 13 settembre 2012, non è mai stato presente in Consiglio".
Grillo ha anche una teoria sull'assenteismo di Renzi: i debiti contratti dal Comune di Firenze "verso i fornitori che hanno eseguito lavori", un passivo di "98 milioni di euro", così suddivisi, ha scritto Grillo: "11 milioni circa sono di spesa corrente che andavano pagati a 90 giorni con ritardi ancora contenuti, 30 milioni sono di spesa in conto capitale (opere pubbliche) con ritardi che risalgono fino a giugno 2011. Per questi debiti sono stati emessi mandati di pagamento senza essere onorati. Per i restanti 56 milioni il Comune ha regolarmente validato le fatture senza saldarle perché mancano i soldi e si sforerebbe (?) il Patto di Stabilità".
Come ha risposto Renzi? Con Twitter, naturalmente: "Per dire che Firenze affoga nei debiti bisogna non capire nulla di nuoto oppure non capire nulla di economia. Beppe Grillo nuota bene". E dalla Sicilia ribadiva a Grillo: "Stia tranquillo, le casse di Firenze godono di ottima salute. Purtroppo a causa del patto di stabilità, che dovremmo chiamare patto di stupidità, non possiamo spendere i soldi che abbiamo in cassa, circa 90 milioni", e poi, a chiusura, l'immancabile battuta "format Magnolia": "Si danno il cambio per attaccarmi".
Notizia di oggi, ma il fatto è accaduto ieri, la Corte dei Conti che continua ad indagare sugli stipendi dei dipendenti comunali di Firenze a partire dal 2011 ha mandato la Guardia di Finanza per acquisire gli atti concerneti "l'entità aggiuntiva degli stipendi conferita oltre a quella fissata dai contratti nazionali" ai 4800 dipendenti comunali, per un ammontare di 50 milioni di euro. Anche la procura qualche mese fa ha aperto un fascicolo. Al momento, si assicura, non risultano indagati né sono state formulate ipotesi di reato riguardo indennità o premi. Oltre a questo nel mirino della Corte dei Conti vi sarebbero, come riporta FirenzeToday, le modalità con cui l'amministrazione comunale ha utilizzato i proventi derivanti da sanzioni amministrative da codice della strada e sulle nuove assunzioni, per le quali "i giudici chiedono modifiche immediate da apportare al bilancio 2012".
A Palazzo Vecchio si smorza dicendo che si tratta di "abituale attività di monitoraggio". Renzi stesso è intervenuto sulla questione oggi a Radio Kiss Kiss: "La Corte dei Conti sezione controllo, non la sezione procura, ha sottolineato delle voci secondo le quali il modo di imputare le multe e concepire il contratto dei dipendenti va rivisto, sono due questioni che risalgono al 2006-07, ma le affrontiamo. Verificheremo come accontentare le considerazioni che vengono dalla Corte dei Conti". Altro contesto, insomma, stesso cliché.

giovedì 29 novembre 2012

Sotto il vestito

Che qualche dichiarazione dei comitati pro Renzi, contenuta nel manifesto programmatico diffuso con lo slogan "Un'altra Italia è già qui: basta farla entrare", fosse contraddetta dalla realtà delle cose, la sensazione c'era, particolarmente per chi vive in realtà locali amministrate da sostenitori di Renzi.
Oggi, sul quotidiano di Lodi Il Cittadino, un lettore che si firma Angelo A., con una lettera, segnala un caso emblematico. Al punto 8, "Investire sugli italiani", del manifesto renziano si legge: "Triplicare gli asili nido pubblici, per garantire un posto al 40% dei bambini sotto i 3 anni, ecc.". Orbene, scrive il lettore del quotidiano lodigiano: "Caro direttore, stavo cercando informazioni sugli asili e non essendo un mago della rete mi sono trovato su un articolo del primo sindacato che lamentava la svendita della giunta Renzi di asili nido a Firenze". Non c'è che dire, la cosa non può non incuriosire: inevitabile pertanto una ricerca in rete.
Come già il sig. Angelo segnala nella sua lettera si trovano molti articoli. Ne riporto uno, del quotidiano La Nazione, pubblicato il 25 giugno di quest'anno, Eccolo di seguito con la fotografia che lo correda (Marco Mori/New Press Photo), che mostra il "pic-nic" di protesta di genitori, educatori e bambini in Piazza della Signoria, per dire no alla privatizzazione degli asili nido.

Firenze, 25 giugno 2012 - Un pic-nic di protesta per dire no alla privatizzazione degli asili nido e alla statalizzazione delle scuole dell'infanzia comunali. Alla manifestazione in piazza della Signoria, organizzata dalla Rsu del Comune, c'erano oltre cento persone: tra loro anche molti bambini, quasi tutti con un palloncino colorato in mano. Insegnanti, sindacalisti e genitori, hanno prima disteso tante tovaglie colorate. Poi con i piccoli, si sono seduti ed hanno mangiato panini e pizzette. Per chiudere, un grande girotondo.
"Il nido è un bene comune", "No ai nidi privati", "Noi diciamo sì alle scuole dell'infanzia comunali". Questi alcuni slogan. È stato anche disteso uno striscione, esposto già in passato: ma la scritta 'Renzi=Tremonti', appositamente corretta cancellando alcune lettere, è diventata 'Renzi=Monti'. ''Privatizzare gli asili nido comunali non è una politica intelligente - hanno detto i manifestanti -, gli asili non sono un patrimonio da svendere''.


Leggendo un commento all'articolo, nickname Alex62, ne salta fuori un'altra vicenda finita nel dimenticatoio, quella riguradante l'acqua pubblica. Dice Alex62: «Questo giovane-vecchio è così "nuovo" che ricicla le solite idee vecchie che rovinano i servizi pubblici. Sono anni che andando verso le privatizzazioni abbiamo aumentato debiti, fallimenti, disservizi e esclusione. Il fatto è che il rottamatore è già un rottame anche e solo perché non ha contenuti. Infatti, apre le solite beghe di partito che lui usa per sgomitare e far parte della casta, non dice mai niente, mai un contenuto vero, e quando l'ha fatto (vedi Marchionne e referendum acqua pubblica) è stato smentito dai fatti (nel caso Fiat) e dagli elettori (nel caso referendum). Prima ci liberiamo di questo ex portaborse, meglio è. Date retta».
Sulla questione dei referendum sull'acqua, Renzi fu sentito dal Fatto Quotidiano, che raccolse queste sue parole e le pubblicò il 7 giugno 2011: "I miei sono tre sì e un no. Vado a votare, ovvio, ma decido io. L'obiettivo non è raggiungere il quorum? Ci sono. Ma siccome quella che si vuole abrogare è una legge del 2006, governo Prodi, e firmata dal ministro Di Pietro, dovevamo riflettere allora. Come dissi anche io che non ero da un'altra parte, ma nel Pd. Oggi quella legge mi comporterebbe andare a chiedere qualcosa come 72 milioni di euro ai fiorentini, e non posso permettermelo”. Ma, ribatte il suo interlocutore, sarebbero i gestori privati a chiederlo, in realtà. “In teoria, poi nella pratica sarebbe come dico io, perché la faccia è la mia. Io ho iniziato un lavoro che non posso mandare all'aria e riguarda una cosa molto seria come la depurazione dell'acqua dove a Firenze come nel resto d'Italia siamo indietro di qualche decina d'anni rispetto all'Occidente. Se il Pd cambia idea a seconda del vento che tira non è un problema mio. Io continuo sulla strada della coerenza”. Coerenza, annotava il Fatto, che per Renzi voleva dire continuare a permettere al gestore del servizio idrico di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio stesso.

mercoledì 28 novembre 2012

Morire di minoranza

Scrivo di Rifondazione perché, dopo il Pd, è l'unico partito con una sede a Brembio; entrambe sezioni, Pd e Prc, discendenti dal vecchio Pci che nel 1970 aveva conquistato l'amministrazione comunale, facendo, negli anni, del Comune un vero e proprio feudo rosso nel Lodigiano. Ma non dirò di leggende locali. Ieri il manifesto ha pubblicato un'intervista al suo segretario, Paolo Ferrero, che dà una sua interpretazione delle primarie; interpretazione che per una serie di motivi non è utile lasciar passare in silenzio. Per la sinistra stessa.
Ci sono state le primarie. L'analisi di Ferrero è questa: "Nonostante il gran battage pubblicitario, le primarie hanno raccolto un milione di votanti in meno di quelle del 2005. Un crollo che parla del distacco tra il paese e l'alleanza che sostiene il governo Monti. In questo contesto Vendola non sfonda e il suo risultato conferma il carattere moderato di quell'aggregazione". Benissimo, ma Ferrero fa finta di dimenticare che nel 2005, primarie dell'Unione, Rifondazione partecipava al voto, addirittura aveva un candidato, Bertinotti, che, secondo, riportò 631.592 voti, il 14,69%. Certo i votanti allora furono più di 4 milioni 300 mila, contro gli oltre 3 milioni e 100 mila di oggi, ma anche si dimentica che il risultato di Bertinotti fu inferiore alle aspettative, in flessione rispetto alle precedenti consultazioni elettorali. Sconsigliare da una parte, come si è fatto, gli elettori di sinistra ad andare a votare a queste primarie, considerate una mera resa dei conti all'interno del Pd, e poi, tenuto oltretutto conto che son passati 7 anni, che in politica sono, per così dire, un tempo astronomico, definire una partecipazione comunque notevole un crollo dovuto al fatto che il Pd sia nell'accrocchio che sostiene Monti, è troppo gratuito. Dire poi che Vendola non sfonda è disconoscere che, nella mutata situazione avversa, creata anche dall'assenza della sinistra "radicale", il governatore pugliese ha ottenuto un risultato migliore (percentualmente), di quello di Bertinotti, che allora andava bene: 15,6%. Oggi no: il suo risultato conferma il risultato moderato di quella aggregazione, si dice.
Anche il giornalista gli osserva che il 2005 "era un'altra era politica fa: Rifondazione era unita, non c'era stato il disastro del 2008, né Grillo, né la marea del non voto". Ma Ferrero è irremovibile nella sua visione: "Ciò non toglie che si possa parlare di riduzione della partecipazione. Il dato politico oggi è che la proposta di una sinistra all'interno della coalizione Italia Bene Comune non ha prodotto il ribaltamento sperato. Anzi, l'affermazione di Renzi dice esattamente il contrario".
Rifondazione, insomma, si affanna nella critica perché intende tirarsi fuori da una realtà che vede, piaccia o no, il Pd, o, se si vuole, il centrosinistra, un soggetto politico, pur con tutte le sue limitazioni, progressista e da cui, comunque, non si può prescindere se si intende puntare a guidare il paese con intendimenti di sinistra.
Il quarto polo, un polo tutto a sinistra, un polo "casa in cui tutti si sentano a casa", è oggi mera speranza, ed il passato insegna. Ma anche il presente; in più parti del "movimento" si avanzano perplessità su un'alleanza con i partiti, anche quelli come Rifondazione che non stanno con il Pd. Glielo ricorda il giornalista. "È una discussione in corso" è la risposta di Ferrero. Ma la difficoltà è tutta in quel "riconoscimento reciproco di chi ha fatto opposizione fin qui", che Ferrero pone come una delle due cose che devono "stare assieme" per arrivare al traguardo. Facile a dire, ma difficile da realizzare, come facilmente si constata surfando nei siti della sinistra alternativa e dei vari comitati che hanno in questi anni sviluppato "da sinistra" iniziative anche importanti. Già, e poi c'è sempre la questione dei numeri, se si parla di governare. Un fattore ineludibile per fare del quarto polo qualcosa di diverso da "una discussione di quattro in una stanza". Non bastano i No Tav o un No Monti Day per aggregare un elettorato sufficiente. Il concetto di "avanguardia", per chiudere, ha fatto il suo tempo. È il caso di farsene una ragione.

martedì 27 novembre 2012

Malattie infantili

Luigi Berlinguer, presidente del Collegio dei garanti, ha posto la parola fine sulle pretese di Renzi di modificare le regole delle primarie per il ballottaggio di domenica prossima: "Le regole in corsa non si cambiano".
"Le regole per lo svolgimento delle Primarie del Centrosinistra, ha detto, sono state definite nel regolamento approvato all'unanimità dal Collegio dei Garanti. Una volta iniziata la partita le regole non si possono cambiare tra il primo e il secondo tempo". E ha precisato che quello delle regole "non è un principio derogabile, è l'architrave della certezza del diritto", aggiungendo: «In analogia con le vigenti leggi elettorali il corpo elettorale è stato definito con l'indizione dei comizi ed è costituito da coloro che si sono registrati entro il 25 Novembre. Nei giorni 29 e 30, come da regolamento, coloro che per motivi indipendenti dalla loro volontà non si sono potuti iscrivere, potranno chiedere al Coordinamento Provinciale delle Primarie Italia. BeneComune di essere registrati. Sarà lo stesso Coordinamento a valutare e decidere su queste richieste".
Bersani da parte sua, ha tenuto precisare al Corriere.it: "Ci sono regole approvate in assemblea da tutti. Non si cambiano le regole in corsa perchè primo bisogna avere la certezza della platea e poi a chi ha votato al primo turno non si può dire che abbiamo scherzato. Le primarie sono aperte ma non sono un porto di mare".
Dopo la contestazione delle percentuali, a quanto sembra rientrata, seppure la polemica (e la sfiducia nel proprio partito continui, mi riferisco alla sua dichiarazione: "Sono pronto a pubblicare su internet i verbali dei seggi per le primarie del centro sinistra a mie spese in tre ore") il Renzi-mi-piace-vincere-facile ci ha riprovato con le regole, cercando di far riaprire le iscrizioni al voto, dicendo, a quanto pare, oggi a Canale 5: "La giustificazione non la debbono dare i cittadini che vogliono andare a votare al ballottaggio delle primarie del centrosinistra ma i politici che da 20 anni sono al potere e non hanno combinato nulla". Un tocco di antipolitica, tanto per completare il quadro. Il riferimento ovviamente è alla norma che impedisce di votare al secondo turno a chi non si è iscritto entro domenica scorsa, a meno che non dimostri di non averlo potuto fare per un impedimento.
Sul cambio delle regole in corsa, Renzi mostra di aver imparato moltissimo dal governo tecnico dei vari Monti e Fornero. Non è a caso che oggi Vendola abbia dichiarato, seppure con riferimento ad un piano più ampio e più alto: "Bisogna sottolineare che l'effervescenza del discorso innovativo di Renzi nasconde una sostanza che è in continuità con quelle politiche di austerity e con quella cultura liberista che io credo sia oggetto da rompere". Questo seguiva ad un incipit ben chiaro e netto, parlando a Bari con i giornalisti: "Facciamo che oggi mi occupo di completare un concetto: faccio un endorsement a sfavore di Renzi".
C'è veramente da chiedersi come uno che per il proprio sogno personale dimostra agli occhi di chi guarda, di non saper stare alle regole, possa pretendere un'investitura da chi le regole in generale le ha viste sempre cambiate in corsa a proprio sfavore, i pensionati, gli operai, i lavoratori tutti, la parte produttiva del paese. Proprio un atteggiamento che fa il paio con quello che è diventato già un tormentone: il "noi e loro".