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venerdì 22 febbraio 2013

Mordere il Mondo. Vaticano e Vatileaks

L'argomento della rubrica Mordere il Mondo riguarda oggi il Vaticano e Vatileaks. In studio Valeria Manieri di Radio Radicale. In collegamento Raffaele Buscemi, giornalista e manager per la Pontificia Università Santa Croce, esperto in questioni vaticane e cattoliche. I temi del colloquio, la sua storia, i viaggi, il lavoro e il Vaticano. Poi, l'abbandono di Benedetto XVI e gli ultimi giorni di pontificato. Un dibattito tra una laica e un cattolico.

giovedì 21 febbraio 2013

Sharon Nizza. Il voto degli italiani all'estero

Il voto per gli italiani all'estero è uno degli aspetti meno conosciuti di questa campagna elettorale. Lanfranco Palazzolo intervista la candidata del Pdl Sharon Nizza per la circoscrizione Asia, Africa, Oceania, Antartide. Tra i molti argomenti le caratteristiche del sistema elettorale per gli italiani all'estero, il malfunzionamento e le criticità del sistema elettorale, le problematiche che stanno influenzando la regolarità del voto all'estero.

lunedì 11 febbraio 2013

Rivisitare "Fascist Legacy"

Penso che non ci sia un giorno migliore di questo per rivisitare un documentario della BBC, che fu mandato in onda nei giorni 1 ed 8 novembre 1989. Il filmato è Fascist Legacy. Quanto segue in sintesi il contenuto, riportato da Wikipedia.
La prima parte tratta dei crimini di guerra commessi durante l'invasione italiana dell'Etiopia e nel Regno di Jugoslavia. Enfasi vi viene posta sull'impiego dell'iprite, o gas mostarda, da parte del generale Pietro Badoglio, sui bombardamenti di ospedali della Croce Rossa e sulle rappresaglie dopo un attentato contro l'allora governatore italiano dell'Etiopia. La sezione che esamina l'occupazione della Jugoslavia cita gli oltre 200 campi di prigionia italiani sparsi nei Balcani, in cui morirono 250.000 internati (600.000 secondo il governo jugoslavo), e si sofferma sulle testimonianze relative al campo di concentramento di Arbe (Rab in lingua serbo-croata) e sulle atrocità commesse nel villaggio croato di Podhum, presso Fiume.
La seconda parte tratta del periodo successivo alla capitolazione italiana nel 1943 e si rivolge principalmente all'ipocrisia mostrata tanto dagli USA quanto soprattutto dai britannici in questa fase. L'Etiopia, la Jugoslavia e la Grecia richiesero l'estradizione di 1.200 criminali di guerra italiani (i più attivamente ricercati furono Pietro Badoglio, Mario Roatta e Rodolfo Graziani), sugli atti dei quali fu fornita una completa documentazione. Entrambi i governi alleati videro però in Badoglio anche una garanzia per un dopoguerra non comunista in Italia, e fecero del loro meglio per ritardare tali richieste fino al 1947 quando i trattati di Parigi restituirono la piena sovranità al paese: gli stati sovrani in genere non estradano i propri cittadini. L'unico ufficiale italiano mai perseguito e condannato a morte da un tribunale britannico fu un antifascista, Nicola Bellomo, responsabile della morte di prigionieri di guerra britannici. La voce narrante originale è di Michael Palumbo, storico americano che ha pubblicato il libro L’olocausto rimosso, Rizzoli editore. Vengono inoltre intervistati gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e il britannico David Ellwood.
Il documentario termina cinicamente con una citazione di Winston Churchill su the better tomorrow with a new world order ("un domani migliore in un nuovo ordine mondiale").
Come ricorda Wikipedia, i diritti dell'opera, tradotta in lingua italiana dal regista Massimo Sani, furono acquistati dalla RAI nel 1991, ma il documentario non venne mai mandato in onda.

mercoledì 30 gennaio 2013

Responsabile stampa governo Morsi nega l'Olocausto

Un esponente importante nel governo del presidente egiziano Mohammed Morsi ha chiamato l'Olocausto un inganno inventato dagli agenti dell'intelligence americana e ha affermato che i 6 milioni di ebrei, che sono stati uccisi dai nazisti, sono stati semplicemente trasferiti negli Stati Uniti. Le affermazioni di Fathi Shihab-Eddim, che è il responsabile per la nomina dei redattori di tutti i giornali governativi egiziani, arrivano quando il mondo ha celebrato la Giornata della Memoria dell'Olocausto il 27 gennaio. Efraim Zuroff del Simon Weisenthal Center ha detto che "la triste verità è che [tale] modo di vedere le cose è relativamente comune in tutto il mondo arabo ed è il risultato da una parte dell'ignoranza e dall'altra della negazione dell'Olocausto.

giovedì 24 gennaio 2013

È già catastrofe umanitaria in Mali

La crisi in Mali ha già provocato una catastrofe umanitaria. Lo si apprende da TMNews. Sarebbero 400mila i rifugiati maliani che hanno cercato scampo nei paesi confinanti e si teme che la situazione possa rapidamente peggiorare. Molti sono fuggiti per il timore di essere confusi con elementi dei gruppi armati e hanno abbandonato i villaggi e le loro comunità.La situazione resta molto confusa perché nelle zone di combattimento è in vigore una sorta di black out totale, l'accesso è rigorosamente vietato ai civili e quindi risulta difficile avere un quadro di situazione esatto delle emergenze umanitarie legate al massiccio trasferimento dei profughi. E ciò è diventato fonte di molte preoccupazione da parte di diverse organizzazioni umanitarie che chiedono alle autorità di poter monitorare da vicino la situazione, come spiega Philippe Conraud, direttore dell'ong "Oxfam au Mali": "Un anno dopo l'inizio della crisi politica in Mali si contano circa 400mila rifugiati che hanno lasciato le regioni settentrionali del paese per cercare rifugio nei tre paesi confinanti, Niger, Mauritania e Burkina Faso".I rifugiati dal Mali vivono in campi allestiti d'urgenza, in condizioni di emergenza alimentare e ciò mette ancora più in pericolo le già vulnerabili popolazioni coinvolte nell'esodo. Le fonti di approvvigionamento hanno visto le strade interrotte a causa dei combattimenti mentre diversi magazzini hanno chiuso i battenti in attesa di tempi migliori. Anche per questo i prezzi aumentano quasi quotidianamente nei mercati ancora aperti, e il tutto non fa che accrescere ulteriormente il disagio dei rifugiati. (Fonte delle immagini: Afp)

Quando bastano tre frasi per descrivere la storia

A volte possono bastera tre frasi per descrivere la Storia, si osserva nella clip di TMNews. Meglio se dipinte sui muri. Come accade oggi in Egitto, al Cairo, che il 25 gennaio ricorda il secondo anniversario della rivolta che fece cadere Hosni Mubarak e dove i murales sono diventati rifugio dell'arte alternativa e di una forma aggressiva di contro-comunicazione.Il trascolorare di illusioni, speranze e frustrazione è scandito da tre frasi dipinte su un muro del Cairo: 2011: "Abbasso Mubarak!". 2012: "Abbasso il potere militare!". 2013: "Abbasso il potere dei Fratelli musulmani!"...A due passi dalla piazza Tahrir, resa celebre dalla manifestazioni oceaniche della "primavera egiziana", semplici graffiti o veri e propri affreschi murali ricordano i grandi momenti della rivolta popolare, rendono omaggio ai suoi eroi, descrivono le battaglie nelle strade e si fanno beffe dei potenti di ieri e di oggi.I primi graffiti sono apparsi sin dall'inizio della rivolta con contenuti prevalentemente legati alla politica ma assai duttili nei confronti della sua altalenante evoluzione, come spiega Mohammed Khaled, graffitaro del Cairo."I graffiti si sono sviluppati grazie alla rivolta contro Mubarak con toni essenzialmente politici ma pronti ad adattarsi in funzione delle vicende quotidiane. Quando succede qualcosa, la gente lo descrive disegnandolo e da lì nasce poi la discussione".Oggi i muri di edifici sempre più numerosi offrono il polso della situazione dell'opposizione, diffondendone la parole d'ordine e denunciando la repressione governativa.In questi giorni a farne le spese è soprattutto il capo dello Stato Mohamed Morsi, leader del movimento integralista dei Fratelli musulmani, specialmente dopo la richiesta di poteri eccezionali, sia pure a titolo provvisorio.La "primavera araba" si trasforma nella "primavera dei graffiti".(Fonte delle immagini: Afp)

mercoledì 23 gennaio 2013

Le accuse ad Algeri di Mohammed Al Zawahiri

Nel servizio di EuroNews, contenuto nella clip, l'egiziano Mohammed Al Zawahiri critica l'intervento della Francia in Mali e accusa l'esercito algerino della morte degli ostaggi di In Amenas.

lunedì 21 gennaio 2013

In Mali i francesi riprendono Diabali e Dientza

In Mali, come riferisce nella clip EuroNews, le truppe francesi hanno ripreso Diabali, alla frontiera con la Mauritania, e Dientza nel centro del paese. A dieci giorni dal lancio dell'operazione Serval, con l'indubbio vantaggio della copertura aerea, un contingente congiunto francese e maliano prosegue la riconquista del territorio. I jihadisti controllano ancora larghe fette del nord del paese dove hanno imposto la Sharia, la legge islamica.

Agadez, la via dell'uranio e di migranti

La guerra in Mali, l'assalto all'impianto di gas in Algeria, come anche eventi indietro nel tempo che riguardano quel lembo di Africa, ogni volta hanno evidenziato la nostra ignoranza, l'ignoranza della gente della strada su ciò che succede in quelle terre, avvenimenti che non sono neutri per la nostra quotidianità. Lo si è visto con il sequestro dei lavoratori dell'impianto algerino, immediata è stata la preoccupazione per le forniture di gas da quel paese. Nel corso di una mia ricerca nell'archivio di YouTube, mi sono imbattuto nel filmato che propongo all'attenzione di chi segue le mie scritture, che pur essendo presente in rete dal febbraio 2011, non è stato visto da molte persone. Si tratta di Agadez. La rotta dell' Uranio e dei Clandestini di Fabrizio Gatti..
È il 2009. Siamo ovviamente ancora al tempo del governo Berlusconi e di Maroni ministro dell'interno. Gheddafi era ancora vivo e al potere. Il video-reportage racconta che dal Niger quasi 10 mila africani fuggono verso le nostre coste. La guerra per l'uranio e l'alleanza Gheddafi-Sarkozy favoriscono i trafficanti. E gli accordi Italia-Libia diventano così una beffa. Dice l'autore, vsto da Agadez, l'ultimo abbraccio tra il premier Silvio Berlusconi e il colonnello Muhammar Gheddafi è una beffa. In questa splendida città di fango rosso in mezzo al Sahara in Niger, l'accordo sull'immigrazione ratificato a Tripoli il 2 marzo 2009 è già carta straccia. Da Agadez i camion e i fuoristrada stracarichi di emigranti africani che sperano di arrivare a Lampedusa, in Italia o in Europa hanno ripreso i loro viaggio verso la Libia. Il traffico è ripartito come ai tempi d'oro. Sotto lo sguardo indifferente e spesso interessato dell'esercito libico che controlla la pista di rocce e sabbia alla frontiera di Tumu, nel silenzio del deserto.



Hollande li preferisce "terroristi"

Intervistato dal giornale francese Le Figaro, l'esperto ci comunicazione politica Christian Delporte dice che è significativo il fatto che il presidente François Hollande preferisca l'etichetta di «terrorista» piuttosto che «islamista» per descrivere i gruppi ribelli che si sono impadroniti del Mali settentrionale.


Intanto, la popolazione della città algerina di In Amenas ha espresso la preoccupazione per le possibili ricadute economiche dalla crisi del sequestro di ostaggi nel vicino impianto di gas conclusasi con l'intervento dei soldati algerini che hanno preso d'assalto il complesso lo scorso fine settimana. I terroristi islamisti avevano si erano impadroniti dell'impianto nel deserto del Sahara, sequestrando oltre un centinaio di lavoratori stranieri. L'effetto che questa vicenda traumatica potrebbe avere sulle compagnie francesi e su altre compagnie straniere viene illustrato da un residente locale.


domenica 20 gennaio 2013

Summit in Costa d'Avorio sul Mali

Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha incontrato in Costa d'Avorio i leader dell'Africa occidentale in un summit sull'emergenza Mali nel quale ha insistito che l'organizzazione regionale Ecowas dovrebbe prendere la guida militare in Mali dove truppe francesi e africane stanno combattendo per fermare l'avanzata dei ribelli islamisti che si sono impadroniti dei territori settentrionali del paese nell'aprile dello scorso anno.


La clip seguente ci mostra le conseguenze dei bombardamenti francesi in Mali: autoveicoli bruciati e proiettili sparsi per le vie di Diabaly dopo che l'esercito del Mali ha affermato di aver protetto la città chiave dai combattenti islamisti.

In Algeria aumenta il bilancio delle vittime del blitz

L'attacco delle forze algerine a un convoglio di militanti islamisti vicino al sito gasiero di In Amenas. Queste immagini amatoriali girate probabilmente giovedì da un ostaggio riuscito a fuggire raccontano una parte di una storia finita tragicamente. La clip è di EuroNews.


Tra le vittime degli assalitori islamisti ci sono tre cittadini britannici. La conferma è arrivata dal primo ministro David Cameron secondo il quale la lotta al terrorismo sarà una priorità del G8, presieduto quest'anno dal Regno Unito.

Il blitz algerino finisce in un bagno di sangue

l blitz dell'esrcito algerino a In Amenas, come riferisce EuroNews ha messo fine al sequestro attuato mercoledì da un gruppo di jihadisti. Ma è costato nuovi morti, al campo petrolifero situato nel Sahara algerino, vicino alla frontiera con la Libia.


A tre giorni dall'attacco jihadista contro il sito algerino di In Amenas, difficile stilare un bilancio esatto. Dopo il blitz dell'esercito, giovedì, 18 terroristi e almeno 12 ostaggi avrebbero perso la vita. Molti i feriti tra i quasi 650 lavoratori liberati, oltre 100 stranieri. Alcuni trasportati all'estero, come a Sigonella, i più curati in loco.

Mali, la popolazione in fuga dai combattimenti

L'intervento francese in Mali accentua la fuga dei civili dalle zone di guerra, nel centro-nord, dice Euronews. Decine di migliaia gli sfollati degli ultimi giorni, quasi tre mila fuggiti all'estero. Dall'inizio della crisi nel paese, un anno fa, i profughi sarebbero 400 mila. A breve saranno 700 mila, avverte l'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite.

venerdì 18 gennaio 2013

Il sanguinoso blitz dell'esercito algerino

Anna Maria Merlo racconta su il manifesto la giornata di ieri in Algeria, dove  l'assalto dell'esercito algerino al sito di estrazione di gas, nelle mani di un gruppo di islamisti, è finito in tragedia:  morti 35 ostaggi e 15 rapitori.
L'esercito algerino è intervenuto nel sito di estrazione di gas d'In Amenas, dove un gruppo armato di islamisti seguaci di Mokhtar Belmokhtar il «guercio» aveva preso decine di ostaggi, ed è stato un bagno di sangue. Londra, soprattutto Tokyo, ma anche Parigi e Washington hanno reagito, chiedendo spiegazioni ad Algeri per «le condizioni drammatiche» (parole di Hollande) in cui ha avuto luogo l'intervento, che non ha tenuto conto della vita degli ostaggi.
Le informazioni sono trapelate con il contagocce, ma secondo alcune fonti degli elicotteri avrebbero bombardato una colonna di assalitori che cercava di portare degli ostaggi in un luogo più sicuro. 34 ostaggi e 15 rapitori sarebbero stati uccisi nell'attacco. Alcuni - sembra sette - sono stati liberati o sono riusciti a scappare, come anche numerosi algerini (una fonte parla di 600 persone) che erano stati presi prigionieri. L'esercito algerino afferma di aver liberato 25 ostaggi stranieri, 4 sarebbero stati liberati al momento dell'assalto (un francese, un keniano, 2 scozzesi). L'Irlanda ha confermato la liberazione di un suo cittadino. Nel blitz sarebbe rimasto ucciso anche il capo operativo del gruppo islamista, Abou El-Barra. Un tentativo di trattativa sarebbe fallito e avrebbe aperto la strada all'attacco con gli elicotteri: per l'Algeria la zona di estrazione del gas e del petrolio è molto securizzata, perché qui risiedono le fonti di ricchezza del paese. Il sito di In Amenas è sfruttato al 45% dalla Bp britannica, assieme alla Sanatrach, il gruppo algerino di idrocarburi e alla norvegese Statoil. Da qui viene estratto un sesto della produzione di gas del paese e le esportazioni rappresentano il 18% sul totale dell'export di gas algerino. La Bp ha annunciato ieri l'evacuazione dall'Algeria di tutto il suo personale «non essenziale». Il gruppo di Mokhtar Belmokhtar, islamista algerino addestrato in Afghanistan, è il più ricco della regione, specializzato in traffici e sequestri.
François Hollande ha affermato, confermando l'operazione in corso nel pomeriggio, di avere «piena fiducia negli algerini». Ma l'operazione dell'esercito africano è stata ben lungi dalla «migliore soluzione» auspicata a Parigi. Per tutta la giornata sono arrivate informazioni confuse, a volte contraddittorie, provenienti dall'agenzia stampa algerina, da Al Jazeera e dall'Ani, agenzia della Mauritania voce degli islamisti. Nessun giornalista occidentale è sul posto. A Parigi Hollande ha preferito limitare al massimo le informazioni, perché rischiano «di essere sorpassate dagli avvenimenti», ha precisato il presidente.
Il sequestro degli ostaggi a In Amenas ha internazionalizzato l'intervento francese in Mali, coinvolgendo cittadini di varie nazionalità. Per il ministro degli esteri, Laurent Fabius, «non siamo soli, siamo precursori». I sequestratori hanno affermato di aver agito «in rappresaglia» alla presenza francese in Mali, ma probabilmente, come ha sottolineato anche l'ex ministro della difesa Gérard Longuet, «non c'è un legame diretto, perché una presa d'ostaggi richiede preparazione, ci sono evidentemente volute settimane per far arrivare uomini e mezzi». L'azione francese può essere stata però «l'elemento scatenante» dell'operazione di sequestro, che ha rivelato l'ampiezza del controllo della zona raggiunto dagli islamisti armati. L'Algeria si trova ora in pieno in un conflitto che ricorda il periodo nero della guerra civile degli anni '90-2000, anche se allora non c'era mai stato un maxi sequestro dell'entità di quello di In Amenas.
Sul fronte malino, gli Usa hanno già inviato aerei di rifornimento e droni a supporto dei francesi. La Gran Bretagna è presente con degli aerei da trasporto Transall e due apparecchi simili sono stati promessi dalla Germania alla forza africana. Ieri, il ministro della difesa, Jean-Yves Le Drian, ha incontrato a Berlino il suo omologo Thomas de Mazière. 2mila soldati del Ciad arrivano oggi a Bamako, dei militari sono già arrivati dalla Nigeria, potenza regionale anglofona. Il Togo ha promesso rinforzi. Il Canada ha inviato un aereo da trasporto gigante C17. Ma per il momento, nessun paese sembra disposto a mandare dei militari a combattere in Mali accanto ai francesi.
A Bamako sono arrivati ieri dei Puma francesi e altri armamenti. La presenza di forze terrestri francesi sul suolo del Mali è messa in discussione anche a Parigi, dove alcuni politici, tra cui l'ex primo ministro di destra Alain Juppé, si interrogano sull'opportunità di un'implicazione così diretta. Come per gli Usa, la strategia del lead from behind, di copertura logistica dell'intervento degli africani, è considerata da molti maggiormente opportuna. L'union sacrée politica comincia così a mostrare le prime piccole crepe, dopo la discussione in parlamento di mercoledì, che ha messo in luce soprattutto la preoccupazione dell'isolamento della Francia e le critiche per il mancato voto del parlamento prima dell'operazione. «Non possiamo essere i mercenari d'Europa» afferma Pierre Lellouche, presidente (Ump) del gruppo Sahel dell'Assemblea. L'opinione pubblica è ancora in grande maggioranza dietro Hollande.

mercoledì 16 gennaio 2013

La Francia alza il livello di sicurezza

La Francia alza il livello di sicurezza a livello "rosso rafforzato" da quando hanno preso il via le sue operazioni militari in Mali. La Francia ha lanciato un'operazione militare in Mali la scorsa settimana per aiutare il governo di quel paese nell'arginare la pressione sul sud del Mali da parte dei ribelli islamisti che controllano la maggior parte del nord. La clip mostra soldati francesi che presidiano la capitale Parigi.

martedì 15 gennaio 2013

I francesi e la guerra di Hollande

Nella prima clip, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian visita il centro di comando e controllo delle operazioni oltremare per sradicare dal paese i militanti islamisti che occupano il Mali settentrionale. Le operazioni sono state autorizzate dal presidente Hollande quattro giorni fa.


I poliziotti e i soldati francesi sono in alto stato di allerta a Parigi in questi quattro giorni di campagna militare per sradicare nel Mali settentrionale i ribelli islamisti, i quali hanno minacciato ritorsioni per gli attacchi.


L'intervento in Mali è la prima importante decisione del presidente francese François Hollande in politica estera ed è stata salutata favorevolmente dalla comunità internazionale. Un sondaggio di questa settimana indica che il 63% dei francesi sostiene la sua decisione, un'opinione che è condivisa per le strade di Parigi.

Il pericolo di una crisi umanitaria nel Mali

Con i soldati francesi ora sul terreno nel Mali, il conflitto militare con i militanti islamisti seguaci di al-Qaeda sembra intensificarsi. E sebbene il supporto francese possa rappresentare una buona notizia per la nazione africana, almeno a breve termine potrebbe avere serie conseguenze per la situazione umanitaria. La Croce Rossa Internazionale sta monitorando gli eventi e afferma che potrebbero esserci in vista possibili significative minacce.


I numero di soldati francesi continua ad aumentare nella capitale del Mali Barnako, con 800 effettivi ora dislocati all'aeroporto della città. Poiché mezzi e munizioni sono in continuo arrivo, si pensa che il numero dei soldati debba raddoppiare nel giro di pochi giorni. Si stanno rendendo operativi anche veicoli blindati pe combattere contro i militanti islamisti legati ad al-Quaeda.


Mentre proseguono gli attacchi militari delle forze francesi, Amnesty International ha chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto armato del Mali di garantire che i civili siano protetti. Col sostegno francese, l’11 gennaio l’esercito del Mali ha lanciato una controffensiva nei confronti dei gruppi armati islamisti, per impedire la conquista delle città meridionali. "Vi è il concreto timore che gli scontri possano dar luogo ad attacchi indiscriminati o altri attacchi illegali in zone in cui i membri dei gruppi armati islamisti sono mescolati alla popolazione civile", ha dichiarato Paule Rigaud, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa. "Le forze che prendono parte agli attacchi armati devono a ogni costo evitare bombardamenti indiscriminati e fare il massimo per evitare vittime civili".
Negli ultimi giorni, il conflitto del Mali ha conosciuto una significativa intensificazione, ricorda Amnesty. L'11 e il 12 gennaio almeno sei civili sono morti nei combattimenti per controllare la città di Konna. Il 12 e 13 gennaio gli aerei francesi hanno bombardato le zone di Gao e Kidal. Gruppi armati islamisti hanno conquistato la città di Diabaly, 400 chilometri a nord della capitale Bamako. "La comunità internazionale ha la responsabilità d’impedire un ulteriore ciclo di abusi durante questa nuova fase del conflitto", ha dichiarato
Rigaud. Amnesty International ha chiesto alla comunità internazionale di favorire l'immediato dispiegamento di osservatori sui diritti umani, che monitorino con particolare attenzione l’uso dei bambini soldato, i diritti dei bambini e delle donne e la protezione della popolazione civili.
Secondo resoconti ricevuti da Amnesty International, i gruppi armati islamisti stanno impiegando bambini soldato e alcuni di essi sono stati feriti e forse uccisi nel conflitto. Amnesty International ha sollecitato le forze francesi in Mali a dare il maggiore preavviso possibile alla popolazione civile in vista degli attacchi e ha chiesto ai gruppi armati di non piazzare obiettivi militari nei pressi di quelli civili, nonché di garantire l’incolumità dei 13 ostaggi nelle loro mani, tra cui sei francesi e quattro algerini. Da quando, nell’aprile 2012, hanno assunto il controllo del nord del Mali, i gruppi armati islamisti hanno commesso gravi e massicci abusi dei diritti umani, introducendo amputazioni, frustate e lapidazioni come sanzioni nei confronti di chi si oppone alla loro interpretazione dell’Islam.
Su richiesta del governo del Mali, a partire dall’11 gennaio la Francia ha inviato soldati nell’ambito della cosiddetta "Operazione Serval". Il 20 dicembre 2012 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva autorizzato una forza a guida africana a "usare tutte le misure necessarie" per riconquistare il nord del Mali dalle mani "dei terroristi, degli estremisti e dei gruppi armati". Truppe da alcuni paesi dell’Africa occidentale, tra cui Niger e Nigeria, stanno per essere inviate nel paese.

lunedì 14 gennaio 2013

Gli inglesi a sostegno della guerra di Hollande

Aeroplani cargo britannici sono decollati da un aeroporto militare francese diretti in Mali per aiutare lo sforzo a guida francese di tre giorni fa di liberare il nord del Mali dagli estremisti. L'operazione militare francese è sviluppata come un attacco coordinato di jet militari all'avanguardia che hanno bombardato almeno cinque città, di cui Gao, che è stata attaccata domenica pomeriggio, è la più grande.